29 marzo 2013

L'invito - racconto di pasqua




Due bollette e una fattura del cellulare preso con l'abbonamento da pagare, l'estratto conto che piange lacrime di sangue. La sua posta mancava di originalità. Mina gettò la borsa e le buste mezzo aperte sul divano, calciò gli stivali in direzione del bagno e attese paziente che Saponetta, il suo coniglio nano, le girasse attorno ai piedi con la felicità di un amante affamato di amore. Quando Saponetta si accasciò a terra, esausto e soddisfatto, si diresse in cucina. Anche il suo frigorifero mancava di originalità. E di cose commestibili. Prese una birra e il piatto con il couscous avanzato dalla cena del giorno prima. Posò tutto sul tavolinetto del salotto, affianco alla copia de Il cavaliere e la morte di Sciascia. Tornò in cucina a prendere il cucchiaio, Fauna, la gatta, saltò giù da una delle sedie e le abbracciò un ginocchio. Mina lanciò un'occhiata alla ciotola di acqua e cibo, erano ok. 
Aveva fame, sonno e la nausea non la lasciava in pace. Berci su le sembrava il rimedio migliore, anche se sua madre non avrebbe approvato. Aveva dimenticato il cavatappi in cucina e con l'accendino non era brava a far saltare i tappi delle birre, si alzò bestemmiando sottovoce. Fauna la ignorò. Quando Mina tornò in soggiorno la gatta stava con il muso nel piatto di couscous. 
-Ti piace?- disse. Si sdraiò sul divano rassegnata a restare a digiuno mentre Fauna le si acciambellava sulla pancia. Fu allora che lo vide, prima non ci aveva fatto caso: sotto la porta dell'ingresso sporgeva un foglio bianco. Si alzò di malavoglia scacciando Fauna che la ringraziò con un ringhio. Era proprio una lettera. Un foglio di carta, piegato in quattro parti, su una facciata c'era scritto, a mano, "Per Mina".
La lettera conteneva un breve messaggio: "A mezzanotte, la porta del vescovado sarà aperta. Devi venire a vedere."
"Fottuto bastardo", pensò, appallottolando il foglio: chiunque le avesse scritto quel messaggio sapeva come incastrarla. Non poteva leggere una frase come "Devi venire a vedere" e poi starsene buona a casa a leggere e a bere birra. Non era in grado di resistere a inviti del genere. 
-Non penserai di andarci, vero?-
Si voltò di scatto: Polpetta la fissava con il suo lucido occhio nero. E stava fumando uno dei suoi sigari. 
Allucinazioni, di nuovo. Il bipolarismo si era accentuato dopo la morte di Ester, ma non voleva prendere medicine, non ancora. Quando lo psichiatra le aveva indicato la terapia da seguire e aveva letto i medicinali da assumere si era sentita male. Soprattutto perché ricordava lo stato di sua nonna in clinica, imbottita di farmaci: stato vegetativo. Parlava con lei ma era come se parlasse a uno stand di pastiglie. Aveva paura. Non c'è altro modo? Aveva chiesto. No. Le aveva risposto il medico.
-Hai paura?
Saponetta si era sgranocchiato metà del sigaro, e adesso indossava un monocolo sull'occhio nero.
-No, non ho paura. 
-Dovresti averne.- disse lui grattandosi un orecchio.

A pochi minuti dalla mezzanotte, di una notte di marzo con il freddo di dicembre, Terracina alta è un pianeta deserto dove anche i gatti scompaiono tra i sampietrini. "Che cazzo stai facendo?", il suo cervello non capisce. E neanche lei. "Che cazzo sto facendo?" 
Ha la Reflex rateizzata in mano, il cellulare, le chiavi di casa. Neanche la borsetta con la pietra s'è portata dietro. Il vento soffia sulla piazza del Municipio, si incanala tra le colonne della Cattedrale. Con la fotografia non lo catturi un paesaggio così stralunato. Se lo fotografi vedi una piazza deserta, ma non vedi l'angoscia che soffia e ti accarezza le guance e ti aggroviglia i capelli. Non li vedi i masticatori di sudario che sorgono dalle favisse, e passeggiano sul lastricato di marmo cercando di ricordarsi perché sono morti. Non le vedi le ombre lunghe...
Le ombre Mina le vede, e non è un'allucinazione. Un gruppo di persone si avvicina dal corso Garibaldi a piedi, le ci vuole un minuto per nascondersi sotto un arco. Non può fotografare niente con la Reflex che fa un baccano d'inferno, e quelle figure incappucciate le passano vicino. Sono dodici. Non riesce a vederne le facce, coperte da lunghi cappucci scuri che le fanno venire in mente il KKK. Tutti portano tra le mani un cero. 
Li segue con gli occhi mentre scivolano dentro il portale del vescovado. La porta viene accostata.
Devi venire a vedere.
"Solo qualche minuto", si dice, mentre i piedi la portano di fronte l'ingresso della curia e poi dentro. Percorre i pochi passi che distano dalla sala ristrutturata, dalle cui finestre provengono i bagliori rossastri dei ceri accesi. Quando fai la giornalista perché devi, perché la curiosità ti mangia le ossa e il cervello; quando fai la giornalista anche se lavori per un quotidiano di provincia, con uno stipendio inesistente e gli articoli firmati da altri, non puoi zittire quella parte di te che ti dice: vedi, documenta, scrivi. Anche se te la stai facendo sotto. La curiosità ti ucciderebbe in ogni caso. 
Si rattrappisce dietro un'ombra, inforca la Reflex e inizia a scattare.
Finché una mano non l'afferra per le spalle. E Mina manda a cagare quella dannata curiosità che rompe sempre i coglioni e che questa notte la farà linciare da una setta di pazzi.

-E' un antico rito cristiano che si celebra nella settimana santa. Sono molto gelosi di questa tradizione, ma hanno accettato di farsi riprendere purché nessuno faccia domande. Pensavo che non sarei riuscito a venire in tempo per documentarlo e ho pensato a te.
Francesco si massaggia lo zigomo, livido dove l'ha colpito la Reflex di Mina.
-Solitamente si usa telefonare o mandare messaggi.
-Si, ma il mio cellulare è rimasto a casa di Porzia. E tu ai numeri che non conosci non rispondi mai. E poi mi è sembrato divertente lasciarti un messaggio anonimo come nei film gialli.
-Infatti stavo morendo dal ridere poco fa, grazie. Mi ricorderò di te la prossima volta che partecipo a una messa nera.
-Ti va una birra?
-E qualcosa di solido da accompagnarci, si. Per l'articolo come facciamo?
-Tu firmi le foto, io il pezzo.
-Mi sembra equo.
La città alta dorme, avvolta dal silenzio. Le ombre mettono in scena riti dimenticati. Da qualche parte, un gatto miagola la sua versione dei fatti. 



Buona Pasqua! Federica.

27 marzo 2013

Quando il rosso è nero, Qiu Xiaolong, recensione

La recensione di questa settimana ha come protagonista un romanzo giallo scritto da Qiu Xiaolong, poeta, traduttore e esiliato in America dal 1989, quando finì sul libro nero delle guardie rosse. Dici: un cinese che scrive gialli? Per l'appunto.
Ma lasciamo stare il mix di colori e concediamoci di analizzare perché vale la pena leggere (e se vale la pena leggere) questo romanzo.
Ma prima la biblioscheda.

Titolo: Quando il rosso è nero
Autore: Qiu Xiaolong
Editore: Marsilio
Genere: giallo
Tipo: romanzo
Pagine: 285
Prezzo: 12€
ISBN 9788831708692

Nella Shanghai dei primi anni del nuovo millennio, con la Cina ormai aperta all'economia di consumo, l'ispettore capo Chen integra il magro stipendio statale con la traduzione di romanzi gialli. Un ricco imprenditore, legato alle triadi, gli propone di tradurre per lui i progetti di un piano edilizio.  Nel frattempo una scrittrice, Yin Lige,  ex guardia rossa poi finita vittima della Rivoluzione culturale viene trovata assassinata nel microscopico appartamento della shikumen in cui vive. In congedo per completare la sua traduzione, Chen incarica il collega Yu di seguire le indagini. Si è trattato di un omicidio politico? E che legame c'è tra la morte di Yin, una raccolta di poesie e la vita degli inquilini della shikumen?

L'ispettore capo Chen è un poeta che ha scelto la strada della "scodella di ferro", come in Cina chiamano i lavori statali. Ama la poesia, conosce l'inglese, ha una corrispondenza abbastanza libera con una giornalista americana ed è un appassionato di buona cucina.Come ritmo il romanzo si sviluppa lentamente, con diversi stacchi dall'indagine di Yu nella shikumen, la sua vita familiare, il rapporto tra Chen, l'imprenditore Wu e la "piccola segretaria" Nuvola Bianca. Chen è un poeta filosofo, che descrive quello che accade recitando poesie antiche e moderne. Non è un romanzo facilissimo, per un occidentale, proprio per questa sua lentezza, questo narrare gli eventi dal punto di vista del bradipo. Ma la trama è solida e avvincente. La soluzione del caso è legata strettamente ai mutamenti della Cina contemporanea, quindi la descrizione dei nuovi usi e costumi cinesi ha un suo movente, non solo scenico, ma anche funzionale alla trama.

E poi c'è questa cosa che a leggere il romanzo di Xiaolong si imparano nuove ricette, come la "sauna di gamberi", le interiora fritte di passero o la testa di anatra senza cranio, per dire...

si: una volta cotta l'effetto sul commensale sarà più o meno
 questo qui


trivia: il titolo fa riferimento all'appellativo dato ai seguaci di Mao (i rossi) e ai membri dell'economia di mercato (i neri). 

Il giudizio complessivo è:


26 marzo 2013

Criminologia portami via... L'enciclopedia dei serial killers voll. 3 e 4


Facevi la figa, dicendo a tutti che da grande avresti studiato criminologia. Ti sentivi originale a sognarti in lotta contro kattivi dalla faccia pulita, che sembravano buoni ed educati e colti figli della buona società; a tracciare profili geniali di serial killer e a contribuire a mettere dietro le sbarre quei sadici figli di una donna promiscua. In questo delirio aiutata da Bonelli (rip) e Berardi che nel frattempo ti piazzavano in edicola gli albi della criminologa Julia Kendall


che, oltre ad accaparrarsi un intero scaffale tra i Diabolik e i Dylan Dog, contribuiva a far crescere in te la voglia smisurata di iscriverti a un master in criminologia.
Voglia miseramente avvizzita quando: 1) hai saputo il costo del master, 2) hai chiesto in giro e ti è stato detto che i criminologi e profiler in Italia non campano bene, e non lavorano come ti era sembrato di capire dai fumetti e dai film ammerigani, 3) ti sei resa conto che, su 1000 ragazze tue coetanee, 999 hanno come obiettivo la criminologia, e ti sei sentita un attimino poco originale e molto pecorella bianca tra decine di pecorelle bianche.
E quindi niente, hai accantonato questa idea di dare la caccia al cattivo per davvero, ma ti è rimasta la voglia di impicciarti dei crimini passati, di capire "chi, come e quando", ti è rimasta la curiosità, insomma, di fare la criminologa per finta, indagando su finti crimini commessi dai tuoi personaggi.

state indietro talk show del pomeriggio
E quindi da oggi, a fasi alterne, quando mi gira, parlerò dei libri, saggi e dizionari del crimine che stanno appollaiati in libreria, come i piccioni sul cornicione delle cattedrali.

Primi per una serie di ragioni. Perché primo acquisto di libri che trattavano l'argomento pazzi omicidi, che ancora oggi mi serve da valido spunto quando ho bisogno di una storia su cui ricamare un racconto veloce. E poi perché sono stati tra i primi libri comprati da me quattordicenne senza l'intercessione di un adulto (ho vissuto una infanzia lunga).
che oggi ho tipo scoperto che valgono un frappo di soldi, se solo non li avessi sgualZiti e affogati nella CocaCola...
Questi volume 3 e 4 dell'Enciclopedia dei serial killers, edita da Flamingo (rip) e curata da Andrea G. Pinketts, li comprai, uno (il vol. 4) in un autogrill, di ritorno da una gita scolastica (dell'autogrill in questione ricordo con affetto i bagni senza porte e la donna enorme e inquietante la cui sola presenza ti suggeriva di dargli tutto quello che avevi in tasca). L'altro lo trovai in un'edicola, due anni dopo la pubblicazione dell'enciclopedia: stava al sole, tutto sgualZito e scolorito. Entrambi se ne sono stati buoni buoni chiusi nel mio cassetto privato, lontano dalle mani isteriche di mia madre fino al raggiungimento della maggiore età.
Il bello di quest'enciclopedia è che tratta una serie di casi che non ho mai più trovato negli altri volumi poi acquistati. Casi di omicidi efferati vaporizzati nel tempo, o di donne che assoldano un killer perché faccia fuori la ragazzina che ha soffiato il posto da cheerleader alla figlia. Si tratta di istantanee sintetiche di più di 300 assassini seriali (e non, ci sono anche spree killers, mass murderer, e assassini su commissione) distinte in ordine alfabetico, cui seguono, in appendice, approfondimenti sui serial killer più famosi della storia corredati dagli scatti delle scene dei crimini.

Che uno oggi basta che faccia una ricerca a tema su google immagini per avere una panoramica delle foto delle vittime, ma nel 1997 internet era ancora una lenta utopia, Google non aveva ancora assunto il monopolio del web e certe cose o studiavi criminologia o le spizzavi da volumi come questi.

Che, per inciso, sono anche la prima cosa che ho letto di Pinketts, prima ancora di Gioventù cannibale.

si, lo so: devo rimediare e leggermi quella valanga di roba che non ho ancora letto...





19 marzo 2013

Tutto quel nero. Cristiana Astori. Recensione

Avviso: la precedente versione di questa NonRecensione è stata data alle fiamme. Si spera che la seguente rettifica abbia vita più facile.

Titolo: Tutto quel nero (TQR per gli amici)
Autore: Astori Cristiana
Editore: Mondadori
Collana: Il giallo mondadori, volume n.3041
Pagine: 316


Con il nuovo taglio del blog avevo pensato di rendere le NonRecensioni pubblicate sullo stesso più personali, in un formato snello e pret-a-porter. Ché alla sottoscritta recensioni troppo lunghe generalmente fanno passare la voglia di leggere il libro recensito. Anche se si tratta del capolavoro della narrativa mondiale. Anche se l'autore dovesse aver sbancato lo sbancabile nei concorsi letterari. 
Una recensione in venti/trenta righe, che sono già un bel po' di righe e forse me ne avanzeranno.

Cosa fareste se uno strano tizio, che lavora per una strana azienda, vi proponesse uno strano lavoro con la promessa di sganciarvi un assegno di duecentocinquantamila euro alla consegna di una pellicola rara e introvabile? E se poi doveste scoprire che la pellicola che state cercando non solo è maledetta, ma sembra interessare molto anche a un folle assassino? Prima di rispondere, riflettete: siete al verde, siete appena stati licenziati dalla pizzeria in cui lavoravate, avete ventisette anni e una laurea ancora fuori portata perché, nel frattempo, vi siete presi un anno sabbatico dall'università.
E poi, magari, quel lavoro scoprite che vi piace. Che non sono i soldi promessi (quello è lo specchietto per le allodole) ma la storia che c'è dentro e dietro quella pellicola a catturarvi, a spingervi ad andare avanti. Finché realtà e immaginazione, il succo di ciliegia misto all'amido e il sangue vero non si confondono e non vi confondono. Finché la morte scenica e quella da obitorio non diventano una cosa sola e indistinguibile.
Omaggio ai grandi del cinema di genere passato e contemporaneo (tanto per citarne due a caso: lo spunto di partenza del romanzo è simile all'episodio Cigarette burns-Incubo mortale, girato da John Carpenter per i Masters of horror. Il nome del locale underground dove Susanna si incontra con alcuni dei protagonisti della storia, il Blue Velvet è chiaro omaggio a David Lynch), basato in parte su una storia vera (dovete leggervi le note dell'autrice per capire, e leggetevele dopo aver letto il romanzo),  Tutto quel nero è un bel romanzo, meno giallo del suo successore, in compenso più personale e strutturato del secondo.
Se c'è una cosa che mi piace della Astori è la sua capacità di sviare l'attenzione del lettore dagli indizi che semina durante lo svolgimento della storia. Riesce a confondere le acque, a miscelare il soprannaturale con la vita in una Torino reale e meravigliosa e poi, alla fine della storia, te la vedi fisicamente seduta al tavolo, con un boccale di Guinness in una mano, che ti dice, con un sorriso accennato a tagliarle le labbra: davvero non avevi capito? Eppure era tutto così semplice, tutto così chiaro. Tutto così scritto.
Perché ogni azione ed evento, in Tutto quel nero, ha una sua spiegazione logica e razionale e tu, lettore, potresti arrivare alla conclusione con un po' di ragionamento deduttivo, lo stesso che adotta Steve, il cacciatore di film con l'occhio di vetro che spesso ripete a Susanna di "guardare con attenzione", ma il fatto è che non riesci, perché nel frattempo la trama ti coinvolge, e al diavolo gli indizi e le sottigliezze psicologiche.
Se qualcosa non m'è piaciuto è Susanna, ma questa Susanna è diversa da quella del secondo capitolo della serie. Questa ha qualcosa della sua forma "evoluta", ma è un personaggio di carta, evidentemente destinata a morire con la pubblicazione del romanzo; con atteggiamenti che ho trovato incongruenti rispetto alla sua seconda versione, più cattiva, meno empatica.
Ma il romanzo è un bel romanzo e Cristiana Astori una scrittrice (e cinefila) di razza.








11 marzo 2013

Morto un blog...

...se ne fa un altro... o quello è il Papa?
Va beh, concediamoci il dubbio e proviamo a risolvere l'annosa questione che anima chi si accinge a pubblicare un blog: chi frega tutti gli url? Una delle risposte potrebbe essere la sottoscritta, che ha appena sotterrato un blog che le era poco simpatico e sta tentando di crearne un altro che sopravviva alle 24 ore.

Tutte le recensioni pubblicate qui sotto sono state estrapolate dal precedente blog (per questo fanno riferimento a date e anni non conciliabili con l'11 marzo, ma voi fate finta di niente).

Quello che verrà fuori dalla nuova edizione del mio ennesimo blog letterario solo il tempo potrà dirlo.

BaciBaci

Federica

Dracula. Bram Stoker. NonRecensione


Altro giro, altra corsa. Impegnata a risolvere l'enigma dello scrittore in crisi di volontà, LaRecensione della settimana è slittata vergognosamente a mercoledì. Considerando che, in base a quello che vedo dalle statistiche, il post più cliccato del blog è LaRecensione su TQR di Cristiana Astori, sorge in me il dubbio che potrei anche lasciar perdere la scrittura di questo post.
Ma visto che ho già cominciato...

Oggi vi voglio parlare di un classico dell'horror letterario, il capostipite delle seghe saghe contemporanee filmiche e libriche, e che se ne va a braccetto, se non erro, con altri capisaldi della letteratura di spavento di una certa età come Frankenstein, il Dottor Jekyll,, il Licantropo ecc... ecc...
Qui riuniti in una foto di gruppo...
Stiamo parlando di... Dracula, ovvero il Vampiro.

sorpresa! 

Sfortunato regalo fattomi per il compleanno da mio fratello (che non si avvide della mancanza delle pagine da 60 a 97, praticamente l'incontro di Jonathan Harker con Dracula e le sue tre mogli), questa edizione 2011 della Feltrinelli mi ha colpita.
Dopo la scheda bibliografica vi spiego anche perché.

Titolo: Dracula
Autore: Stoker, B.
Traduttore: Luigi Lunari
Editore: Feltrinelli
Edizione: 2011 (p.e.1897)
Genere: romanzo
pagine: 535 (comprese le Note al testo)
ISBN: 9788807822353

Quando si legge un romanzo tradotto -ormai ci sono arrivata anch'io- bisognerebbe sempre ricordarsi che non si sta leggendo la "versione ufficiale" della storia, ma la versione che di questa ne fa il traduttore.
Ecco, credo che questo discorso sia il punto da cui partire per scrivere una recensione onesta di questo romanzo.
Mi spiego meglio: avevo iniziato a leggere il romanzo con la certezza che l'avrei trovato noioso e dannatamente ottocentesco. Per questo ho iniziato la lettura relativamente tardi, mi sono presa del tempo. Poi, la costruzione di un mio personaggio (di cui vi parlerò quando il romanzo che ho in cantiere sarà completato) mi ha costretta alla lettura. Lettura che si è rivelata, contro ogni aspettativa, piacevole e coinvolgente, e mi ha permesso di chiudere il libro in una settimana.
A questo punto sorge il problema: a chi va il  merito della bella lettura?
Sicuramente una parte a Stoker, che impiegò sette anni per scrivere questo romanzo, che si documentò su miti e leggende balcaniche fino a costruire attorno a una figura storica una leggenda del cinema e della letteratura mondiali.
Ma siamo sicuri che sia solo merito di Stoker e della sua straordinaria opera di documentazione? 
No.
Suppongo che se leggessi Dracula nella versione originale non ne sarei così entusiasta come lo sono oggi, dunque ne consegue che buona parte del merito va attribuita a chi ha preso in lettura il romanzo e l'ha trasformato, da opera letteraria del secolo passato a opera letteraria contemporanea. Luigi Lunari ha svolto un'eccezionale opera di traduzione, ma anche di trasformazione, rendendo questo romanzo ancora godibile, nonostante la differenza abissale di tempo che separa i protagonisti della vicenda da noi.

Protagonisti che, al contrario di quanto fa presagire il titolo dell'opera e il "sentito dire" di chi del romanzo ha solo la consapevolezza che esiste, non annoverano tra di loro il Conte Dracula. Paradossalmente, Dracula fa solo rapide e fuggevoli apparizioni, parla poco, si muove poco sulla scena del romanzo che si svolge quasi sempre al chiuso. Anche la sua morte è diversa dalle morti vampiriche e cinematografiche cui siamo abituati.

Eppure Dracula, anche se quasi completamente assente dalla narrazione, se non per il riferimento a lui che ne fanno i protagonisti, è quell'ombra impalpabile come la nebbia che scruta gli uomini e cerca di impossessarsi delle loro vite, di colonizzare altri luoghi oltre alle terre circostanti il suo castello in rovina.

Devo anche dire che Van Helsing, figura che cinematograficamente m'è sempre stata sui coglioni, nel romanzo risulta a sorpresa perfino simpatico. 

Il romanzo non segue una vera e propria narrazione lineare e non ha un unico narratore, bensì viene costruita come l'insieme dei diari e lettere tenuti dai protagonisti principali (Johnatan Harker, Mina, Van Helsing, il dottor Seward e Lucy, la prima e unica vittima di Dracula). Si ottiene così un patchwork narrativo, dove spesso la stessa vicenda è ripresa e narrata più volte dai diversi punti di vista dei personaggi coinvolti. A mano a mano che la storia si avvia verso l'epilogo (l'inseguimento del Conta da parte del gruppo guidato da Van Helsing) la narrazione si fa più rapida, i passaggi descrittivi sono più concisi, il ritmo e la tensione salgono considerevolmente. 

Una delle figure chiave della storia narrata nel romanzo è Mina Harker che, al contrario della bionda e stucchevole Lucy, ha già i connotati di una donna moderna, sebbene con molti limiti legati al periodo in cui Stoker scrive il romanzo (e al fatto che l'autore fosse comunque un uomo).
Mina lavora come insegnante, è una donna curiosa e battagliera che riesce a tener testa perfino al "contagio" del Conte, sfruttandolo a suo vantaggio. Conosce almeno una lingua straniera e la scrittura stenografica, ha una buona memoria e solo grazie a lei e alla sua intraprendenza e al suo diario il gruppo di quattro uomini viene a scoprire le mosse del conte. 
A volte, probabilmente per rendere più credibile, alla società dell'epoca, il suo personaggio, anche il carattere di Mina si fa a tratti eccessivamente stucchevole, (con infiniti rimandi alla pietà divina...) ma si tratta solo di cadute temporanee, che durano lo spazio di poche battute.
Anche quando il gruppo dei quattro uomini stabilisce che Mina, che fino a quel momento è stata per loro una valida fonte d'aiuto, deve essere estromessa dalla caccia in quanto donna, lei, pur riflettendo sulla correttezza del loro ragionamento, non può fare a meno di considerare con sarcasmo la galanteria del quartetto (e a ragione, visto quello che le accadrà in seguito proprio per essere stata tenuta lontana dalle azioni dei quattro).

E per finire, alcune considerazioni sulla figura originale del vampiro, così come la delineò Stoker. Sulla base di quanto troviamo scritto nel romanzo il vampiro: ringiovanisce a mano a mano che si ciba di sangue umano e la cosa vale anche al contrario, invecchiando se non si nutre; non fa ombra; gli specchi non riflettono la sua immagine; è molto forte; può trasformarsi in lupo e pipistrello; può assumere la forma impalpabile della nebbia, del pulviscolo lunare; può entrare e uscire dagli ambienti anche se sigillati; vede al buio. Ma ha anche dei limiti: non può entrare in un luogo se non invitato, ma una volta che è stato invitato può entrare e uscire a suo piacimento; durante il giorno non può muoversi (ma non muore con la luce del sole) e se viene sorpreso all'alba lontano dal luogo a cui è legato (la tomba o luoghi sconsacrati) può tentare di raggiungerlo solo a mezzogiorno o al tramonto; può attraversare le acque solo con l'alta o la bassa marea. Viene indebolito dall'aglio e dagli oggetti sacri. Un ramo di rose selvatiche posto sulla bara gli impedisce di muoversi; una pallottola consacrata sparata attraverso la bara lo uccide; così come un paletto di legno piantato nel cuore.

Se proprio volete ammazzarlo...

La sabbia non ricorda. Giorgio Scerbanenco. NonRecensione


"Romeo Prasin era invece della vecchia scuola, il suo viso e tutto il suo fisico potevano illustrare un libro di Lombroso, come una rosa può illustrare un libro di floricultura."


Eccezionalmente di martedì, per non farvi abituare troppo alle scadenze blogghiste, LaRecensione di oggi è omaggio a uno degli scrittori di giallo italiani da poco entrati nella mia best-10-list.

More about La sabbia non ricorda
Titolo: La sabbia non ricorda
Autore: Scerbanenco, Giorgio
Editore: BUR
Genere: giallo
Tipo: romanzo
Anno: 1963 (1° ed.)
Pagine: 290


In effetti La sabbia non ricorda è il primo romanzo che leggo di questo autore, ma è il romanzo che questo autore me l'ha fatto conoscere et amare. 
Pescato da una bancarella al mercatino dell'antiquariato, pagato l'irrisoria cifra di 1€ (e peccato non ci fossero altri libri meritevoli oltre questo), devo ammettere che dopo le prime pagine avevo pensato di mollare ogni cosa e scrivere una MalaRecensione di questo romanzo. Fortunatamente, dopo una settimana di riflessione, ho deciso che dovevo andare avanti nella lettura e, a mano a mano che proseguivo nella storia, ho scoperto che non avrei potuto più smettere fino alla parola FINE. 

Questo perché La sabbia non ricorda inizia come un giallo senza mistero, con il colpevole già bello in mostra che fugge da una cattura certa, finché al primo colpevole non se ne aggiungono altri e i sospettati si moltiplicano, finché... finché non si arriva al colpo di scena finale che ribalta tutte (e dico tutte) le prospettive. E tu, lettore, scatti sulla sedia gridando come un matto per la sorpresa e l'unica parola di senso compiuto che riesci a esprimere è: ma guarda che figlio di buona donna 'sto Scerbanenco. Ma con il sorriso a fior di labbra, perché si tratta di un complimento, non di un insulto.

E ho come l'impressione che abbia adottato il metodo descritto nella racconto di Poe La lettera rubata.

Ma veniamo al dunque. La trama del romanzo è molto semplice: un uomo viene trovato morto sulla spiaggia di Lignano Si tratta di un giovane immigrato siciliano, Giannuzzo, che è stato ucciso con un'arma da taglio, probabilmente lo stesso coltello che portava sempre con sé e che è introvabile. Sul caso indaga il maresciallo della locale stazione dei carabinieri, ma se ne interessa anche il  capo della polizia Silvestro Lorè, che si trova a Latisana con la figlia Michela, nel tentativo di farla risollevare dallo stato di depressione in cui si trova dopo la fine di una storia d'amore turbolente. A questi primi personaggi se ne aggiungono gradualmente altri, dalla sorella di Giannuzzo al figlio dell'amico presso cui Lorè e Michela sono ospitati, Roberto. Dall'amante di quest'ultimo a Al, amico d'infanzia di Michela e agente della scientifica. La storia viene narrata da tutte queste voci (ogni capitolo sfrutta il punto di vista di uno di questi personaggi) fino alla sorpresa finale (di cui non vi parlo, sennò vi rovino il gusto della lettura) ;)

Per quanto riguarda lo stile, vi ricordo che si tratta di un romanzo scritto nel 1963 da un uomo che si scoprì giallista molto tardi e che era stato, prima di allora, direttore di alcune tra le più note riviste femminili dell'epoca (Novella, Bella), corrispondente per una rubrica di "posta del cuore" su Annabella e scrittore di romanzi rosa.
Quindi non deve stupire se questo giallo ha così tante sfumature di rosa tra le pagine, anzi: il filone sentimentale è uno dei punti chiave del romanzo. Il linguaggio manca completamente di scurrilità (le parolacce sono accennate e glissate con sinonimi più "casti") a tratti è prolisso e stucchevole, eppure nulla di tutto questo toglie qualcosa al romanzo, che anzi, proprio per lo stile usato, ti permette di immergerti completamente nell'atmosfera dell'Italia "bene" degli anni sessanta, un'Italia che si scopriva borghese, consumista e cosmopolita superficialmente, ma che sottopelle si manteneva saldamente contadina, con la mentalità ricca di pregiudizi, di piccole astuzie, di maschilismi...

Un bel romanzo, con un finale a sorpresa che spiazza.
Un autore da riscoprire.

I migliori racconti. Richard Matheson. NonRecensione


Nuova recensione per un blog che sembra per il momento non destinato a subire la triste sorte dei suoi altri fratellini, prematuramente uccisi dopo il secondo post scazzato (se non altro sarà il più longevo).
Prosegue la scia degli autori che scrivono cose interessanti, e dopo due romanzi facciamo una pausa concedendoci una bella raccolta di racconti. 
Autore: Matheson, Richard
Genere: horror / grottesco / fantasy
Tipologia: raccolta di racconti
Editore: Fanucci
Anno: 2011
Pagine: 178 
Prezzo di copertina: 10€
ISBN 9788834717585
Ora, se questa sia, effettivamente, la raccolta dei "migliori racconti" di Matheson non posso né assentire né dissentire perché dell'autore ho letto fin'ora solo due romanzi (Tre millimetri al giorno e Io sono leggenda, su quest'ultimo è previsto un post a breve). C'è sicuramente da dire che Matheson ha una penna che cattura, e un gusto per il grottesco e un sottile pessimismo che ti artigliano sulla poltrona e ti fanno sorridere come uno scemo (o un pericoloso psicopatico) mano a mano che ti addentri nella lettura delle sue scritture.
Nonostante la premessa, nonostante Matheson sia uno di quegli scrittori da mettere almeno un suo libro nel nostro zainetto da post-apocalisse, nonostante ciò... non tutti i racconti di questa raccolta sono azzeccati. E, in particolare, il racconto intitolato La casa impazzita si è fatto pagare più di uno sbadiglio, tanto che non credo sia un caso che si trovi all'esatta metà della raccolta, sebbene il finale ne risollevi violentemente le sorti.
Tra i racconti contenuti in questo volume segnalo Duel, storia di un povero cristo che, mentre se ne va a lavoro su un'autostrada deserta, supera un tir con la marmitta guasta e il motore truccato e si trova a dover gareggiare con il camionista del mezzo suddetto in una sorta di duello medievale che non ammette sconfitti (che non siano morti, ovviamente). Di Duel è stato fatto anche un film diretto da Steven Spielberg, che fortunatamente non prende calci in bocca dal suo fratello di carta (forse perché Matheson ne ha scritto la sceneggiatura?)


Godibile anche la Danza dei morti,che chi è nottambulo riconoscerà come il canovaccio da cui è stato tratto un episodio dei Masters of Horrors, con Freddy Krueger nei panni del gestore del locale dove donne zombie vengono costrette a ballare attraverso l'iniezione di una droga, per il sollazzo degli avventori del locale, ultimi sopravvissuti alla fine del mondo (che è come dire: possiamo anche rischiare l'estinzione ma rimarremo comunque la specie più stupida del pianeta).



L'uomo enciclopedico è un bel racconto che ha come protagonista Fred, addetto alle pulizie dell'università che una mattina si sveglia parlando francese. E che alla conoscenza puramente enciclopedica del francese aggiunge via via conoscenze sempre maggiori di discipline come la storia, il russo, la botanica, la chimica... Ma tutta questa inspiegabile conoscenza ha un suo motivo, e Fred lo scoprirà troppo tardi, a sue spese.

Anche La legione dei cospiratori vale la pena di essere letto, soprattutto se siete in metro, e viaggiate vicino a un tizio che sembra avere tutta l'intenzione di volervi disturbare gratuitamente.

I figli di Noè è uno tra questi racconti che preferisco, non tanto per la trama, in sé abbastanza scontata e in effetti già svelata all'inizio della storia, ma per la maestria di Matheson che, mentre descrive gli eventi che capitano allo sfortunato signor Ketchum, costantemente ci spinge a considerare l'assurdità della situazione e che, probabilmente, il signor Ketchum è un tipo esageratamente fantasioso e stressato, portato all'auto-suggestione... (ci avete capito niente? volete mica che vi sveli la sorpresa, no?) (Per la cronaca, anche da questo è stato tratto un film: Nient'altro che guai. Non l'ho visto, ma il titolo mi sa tanto di commedia americana che vuole essere nera e finisce per annerirti il cervello dalla noia).

Dai Steve, diciamocelo pure che è lo scrittore da cui hai "preso in prestito" più idee di ogni altro...

Su Il nuovo vicino di casa chiudiamo la rassegna che gli altri tre (Nato d'uomo e di donna, La casa impazzita e La preda) sono mediamente  godibili senza aggiungere altro. Il nuovo vicino di casaè stata, per me, una rivelazione. Rivelazione di come vengano in mente a King certe idee. E se non ci fosse stata la scritta virgolettata sulla copertina forse mi sarebbe anche sfuggita la cosa. Ma tant'è. Il nuovo vicino di casa è il racconto che ha, con molta probabilità, influenzato King per il suo Cose preziose. Non ci credete? Leggetevi in racconto (tra l'altro più cattivo e migliore del romanzo di cui sopra) e poi ne riparliamo.

Buona lettura!

Tutto quel rosso. Cristiana Astori. NonRecensione


Reduci dai panettoni e dai pandori, dalle crisi alcoliche dovute al braghetto e allo spumantino del discount, dagli alterchi rissaioli provocati dalle tombolate familiari a centesimi di euro, inauguriamo l'anno nuovo con un bel romanzo (dopo aver chiuso il vecchio con un romanzo brutto... il karma lo vuole -_-). 
Il romanzo in questione è poi un giallo mondadori e qui occorrerebbe la digressione (peraltro superflua) sul perché tu i gialli mondadori solitamente li snobb(av)i. Diciamo che in casa mia, quando mia madre aveva ancora tempo da dedicare alla lettura, bazzicavano questo genere di pubblicazioni (i Gialli e anche le Selezioni °_°, oltre ai romanzi della Tamaro e di Ken Follet). Da adolescente adoratrice di un solo dio  letterario (lo sfortunato alcolizzato noto ai posteri come E.A.Poe), non mi allontanavo mai dalla cerchia di romanzi e racconti del genere gotico e/o dell'orrore. Per me il giallo era il male. Era la noia. Ero stupida, lo riconosco, ma quando si è adolescenti si è stupidi, fa parte del nostro DNA di scimmie abili a usare facebook. 
Come giallista apprezzavo solo Poe (che poi, come tutti sanno, è l'inventore del genere, mica cazzi u_u) e il suo francese investigatore per diletto Auguste Dupin (tra l'altro Poe, con Dupin, inventò anche i nerd due secoli prima del loro avvento). E nonostante Holmes, da perfetto pallone gonfiato, si ritenga superiore a Dupin, per quanto mi riguarda... è solo un pallone gonfiato.
Fine della digressione.
strozzatici con la pipa, tu, clone non autorizzato.
Non mi piacevano affatto i Gialli, non mi piaceva la copertina, quel loro sembrare i fratelli poveri dei romanzi da libreria, quel sottile e costante omaggio all'odioso Holmes che traspariva dal loro essere Gialli, di un giallo fastidiosamente perfettino.
Questo fino alla maturità.
Quando ho avuto in tasca una patente e in mano un volante, mi sono aperta al mondo. Non solo a quello della Guida Michelin, ma a quello della varietà letteraria. 
Continuo a odiare Holmes e a detestare sottilmente Poirot, ma ai gialli mi sono affezionata. Ho iniziato a scriverne. E mi ci diverto.
Proprio in occasione di un concorso letterario dedicato al giallo, l'anno scorso, ho avuto modo di conoscere per il tempo di una foto (che non ho) la Astori. 
Tralasciando l'emossione, una volta conosciuta di persona una scrittrice minimo ti compri un suo romanzo. E il primo che ho potuto leggere è stato proprio questo Giallo Mondadori 3071, dal titolo per me arrapantissimo: Tutto quel rosso. 
si capisce qual è il mio colore preferito?

La trama in breve: Susanna Marino è una studentessa fuoricorso, in preda a crisi di narcolessia e sonnambulismo, che si mantiene agli studi lavorando come portinaia notturna in un collegio femminile di lusso. Una notte assiste al'omicidio di una delle collegiali e in uno specchio del corridoio incrocia lo sguardo dell'assassino. A poco a poco, tutte le persona che incrocia muoiono, uccise seguendo lo schema di morte del film di Dario Argento che è argomento della sua tesi di laurea. Mentre cerca di sfuggire all'assassino e alla polizia che le dà la caccia, convinta che sia lei la responsabile di tutte quelle morti, Susanna a poco a poco capirà che nulla è casuale, neanche tutto quel rosso...

Perché, se non l'avete fatto, dovete recuperare e leggere questo piccolo romanzo? Perché si tratta di un piccolo gioiello narrativo, un Giallo Mondadori che è anche qualcosa di più: un romanzo intrigante, coinvolgente, scritto con la raffinata cura di un cinefilo. Nonostante a un primo impatto con la quarta di copertina possa sembrare che l'idea alla base del romanzo sia inverosimile, a mano a mano che si va avanti con la lettura le mosse dell'assassino e le vicende che accadono a Susanna assumono i connotati di fatti verosimili, di azioni logiche e razionali. Si dimentica quasi che il fulcro è il film Profondo Rosso e tu, lettore, ti trovi a considerare assolutamente ragionevole anche la comparsa della marionetta meccanica con la faccia da psicopatico posseduto senza mettere in dubbio una sola riga dell'intera vicenda.
E poi c'è da dire che Astori* è una di quelle (rare) scrittrici dotate di una dose naturale di ironia che inserisce senza forzature nella narrazione, rendendo il racconto così piacevole e la figura di Susanna così empatica da voler arrivare alla conclusione il più tardi possibile.
In tutto questo va anche detto che gli scenari (le location) del romanzo sono descritte alla perfezione, cogliendo ogni sfaccettatura di una città, Torino, che chiunque, una volta visitata, non può fare a meno di amare e di desiderare. Il collegio, la casa del professore, la stessa villa Scott, solo per citare alcuni dei  fondali su cui si muovono Susanna e gli altri personaggi sono descritti e vissuti in una maniera tale che riescono a emergere dal foglio, trovando una loro forma fisica oltre la pagina, trasformandosi da semplici corridoi ed edifici di carta in corridoi ed edifici fisici, vividi.

Se non l'avete ancora fatto, recuperate questo Giallo. E poi mi saprete dire.


In appendice trovate anche una piccola perla: L'Avamposto, diMaurizio Maggi, vincitore del Premio Gran Giallo di Cattolica del 2012. Anche qui: che dire? Un racconto che scorre, un racconto giallo ambientato in un ambiente inconsueto, l'Afghanistan, con un protagonista taciturno e nascostamente misogino che deve scoprire ma forse no cosa c'è dietro la morte di una giovane donna. Attorno a lui il potere che vive di corruzione e di oppio e dei militari italiani impegnati a sopravvivere in attesa del ritorno a casa. 

*tra l'altro Cristiana Astori è anche uno dei traduttori dei romanzi di Jeff Lindsay, il papà di Dexter 

Tommyknocker, le creature del buio. King, Stephen. NonRecensione

Questa e quelle che seguiranno (fino a Dracula, di Stoker) sono Non-Recensioni pubblicate su un mio precedente blog, ormai chiuso per incompatibilità. A volte capita....

una mano aliena si fa strada a fatica dal maglione extralarge...
Visto che pare che per il momento l'abbiamo sfangata (che gli alieni siano fermi all'autogrill del terzo anello di Saturno per un drink?) pubblico ora la prima recensione del blog.
Tanto per rimanere in tema, si parla di Stephen King e di alieni. Perché Le creature del buio è un romanzo che narra, in 773 pagine, la progressiva "alienazione" (non in senso marxiano, ma in senso marziano) di una popolazione di un migliaio di individui in una cittadina di campagnoli del Maine (USA), dal suggestivo nome di Haven.
Breve premessa, anzi facciamo due.
1-Sono consapevole che è un romanzo di venti anni fa, che la gente vuole recensioni sull'ultimo libro uscito negli ultimi tre giorni, che chissenefrega di quello che King ha scritto e S&K ha pubblicato nel 1993, ma non mi sembra ci sia scritto in nessuna legge in vigore che è vietato recensire opere pubblicate quando Garibaldi era ancora vivo e non ci aveva nemmeno un graffio a nessuna delle due gambe. Indipercui recensisco quel che mi pare, e soprattutto quello che ho letto nell'ultima settimana. Sia essa opera fresca di stampa che fondo di magazzino. Liberi di scegliere se restare a leggere o se andare in esplorazione googliana alla ricerca delle nuove frontiere del manga sconcio. 
2- Con King ho un rapporto di amore/odio alla Catullo. Non nel senso che mi tradiva ai trivi con uomini indubbiamente suini, ma che fino ai sedici anni lo idolatravo, prendendo in prestito dalla biblioteca comunale tutto il prestabile. Se avevo qualche lira in tasca la mia somma gioia era andare in libreria e comprare di soppiatto un romanzo di King. Il regalo che mi commosse di più nel lontano 1999 fu Cose Preziose, regalato da una amica di mia madre di cui poi ho perso le tracce (e mai saprò come fece a capire che l'autore (vivo) che più stimavo in quel periodo era proprio ilRe dell'horror). Questo fino ai sedici anni. Poi... poi King mi appallò*, non so perché. Forse ero diventata ormai assuefatta a una certa idea di horror, forse mi coinvolgevano di più i film di Carpenter o le opere di Bukowski... forse avevo solo capito. Capito che, in fondo, King adotta sempre lo stesso registro narrativo, lo stesso schema, e che era come leggere sempre la stessa storia, che parlava di altro, ma sempre la stessa storia.
Non so come descriverlo senza farvi un esempio. E per farlo devo andare in camera e prendere i retaggi del mio amore passato: Pet Sematary, Cose Preziose, Stagioni diverse, Incubi e deliri... 

1° Esempio: La voce interiore espresse qualche dubbio: E se lo fai incavolare, Howard? Che succede poi? Be'... che importa? Era nello scarico, no?
Si... ma sembra che stia crescendo.
D'altra parte, che alternative aveva? A questo interrogativo la vocina non seppe che cosa rispondere.
(Il dito, da Incubi&Deliri, p. 291)

2° Esempio: Non me ne starò seduto qui a credere a tutto questo, vero? Si domandò Louis, quasi conversando con se stesso: le tre birre lo aiutavano a domandarselo in quel tono, o ad averne l'impressione.
(Pet Sematary, p. 166)

3° Esempio: Ed eccolo là, in sella alla sua bicicletta, il ragazzo più sano che conoscesse! Lo abbiamo cresciuto bene, pensò e incominciò a prepararsi un sandwich, altroché se lo abbiamo cresciuto bene.
(L'allievo, p. 145)

4° Esempio: Uno scherzo, bisbigliò una voce nella sua mente e allora vide gli occhi del signor Gaunt, blu scuro, come il mare in una giornata limpida, e stranamente tranquillizzanti. Niente di più. Solo un piccolo scherzo.
(Cose preziose, p. 93)

Mi domandavo cosa mi avesse spinto a dimenticare King finché, leggendo questo romanzo, mi è tornato in mente. Ciò che mi ha spinto a passare da King ad altro è quello che definisco il "gioco delle voci". Nei romanzi di King, in tutti i romanzi di King che ho letto, c'è sempre la presenza della voce interiore, dell'Io cazzone che da consigli inutili, del Grillo parlante fracassaballe che spinge il protagonista a fare scelte. Solitamente stupide. Solitamente sbagliate.  
Tommyknocker è, per quanto riguarda questo aspetto, l'apoteosi della chiacchiera interiore.

La trama in breve. Roberta Anderson, scrittrice di romanzi western, da dieci anni scappata nella piccola e isolata cittadina di Haven per sfuggire a una sorella strega e pazza, un giorno inciampa nel bosco. Inciampa in quella che pensa sia una lattina di metallo, finché non si rende conto che si tratta di un qualcosa di molto più grande. Quel qualcosa è un'astronave, ma mentre il lettore ci arriva dopo un paio di pagine, a lei risulta chiaro molto tempo dopo, solo quando una notte si accorge che l'occhio sano di Peter, il suo vecchio cane, emette raggi di luce verde. Felice della scoperta, Bobbi inizia a scavare pazientemente attorno al becco dell'astronave, con l'intenzione di dissotterrarla. Pausa. Qui King abbandona Roberta e il cane per dedicarsi all'amico alcolizzato di lei/poeta senza soldi/antinuclearista tale Jim Gardener (Gard, per gli amici). Il lettore, quelle pagine dove si assiste al delirium tremens di Gard, fino all'amara decisione di gettarsi tra i flutti del mare, dopo essersi risvegliato dal sonno alcolico durato sette giorni non lo capisce; e capisce di meno l'incontro con il ragazzino che spara i petardi sulla spiaggia e che, per primo, gli parla dei Tommyknocker (e che, ovviamente, è orfano di una madre alcolizzata). Gard vorrebbe ammazzarsi, dunque, ma non prima di aver telefonato all'amica di sempre e saltuaria amante Bobbi, per dirle che non passerà per il tacchino quel Natale. E per farle venire i sensi di colpa quando scoprirà del suo suicidio. Solo che al telefono non risponde nessuno, e Gard, in uno sprazzo di lucidità, decide che è il caso di controllare di persona perché Bobbi -glielo dice il senso ragno- è in pericolo.
E infatti, quando riesce a raggiungere Haven, trova Bobbi quasi completamente anoressica e sfinita e il cane "scomparso". Ma tante novità attendono il nostro poeta cliché nella casa della scrittrice-speleologa. Tra queste: un generatore di energia che trasforma l'acqua calda in magma liquefacente fatto con delle pile a torcia.
Quando Bobbi, dopo aver divorato un montone, gli spiega che ha trovato un'astronave e, grazie a questa non solo ha acquisito le competenze tecniche di Nicola Tesla, ma che è anche in grado di leggere nel pensiero, invece di dirle :"Ok, vabbè, ciao. Ci vediamo." Gard decide di aiutarla a scavare, accettando senza complimenti quelle due o tre bottiglie di Scotch invecchiato che Bobbi gli passa gratis per farlo stare buono. Tre al giorno.
Scopriamo quindi che l'astronave ha in sé un potere, un potere che trasforma l'aria o che funziona con le onde magnetiche, che fa mutare la gente. In realtà non si capisce bene se sia l'aria o le radiazioni, perché risulta che chi ha protesi di metallo o placche di metallo in testa (pare che il Maine pulluli di tipi con il cranio sfondato) come Jim, siano immuni alla "mutazione" e quindi uno penserebbe a onde magnetiche. Però ci si dice che l'aria di Haven è cambiata, e per gli haveniani mutati è difficile uscire fuori dai confini di Haven senza morire.
Qui mi fermo.
Perché questa è (o vorrebbe essere) una recensione e non lo spoileraggio del romanzo.

Diciamo che Tommyknocker m'ha aiutata definitivamente a separarmi da King.
Che non me ne voglia, ma settecento e passa pagine di chiacchiere sono troppe, anche per un fan. Figuriamoci per una che fan lo era, e non ha trovato in questo romanzo alcun motivo per tornare a esserlo. Le ultime pagine sono state uno strazio, una lunga lettura affaticata, con il cervello che mi implorava di smettere ma io, caparbia, a dirgli "ma dai, diamogli una possibilità. vedrai che adesso c'è il colpo di scena e tutto avrà un senso..." e invece no.
La trama prosegue lenta, i passaggi da Roberta a Gard ai singoli abitanti di Haven distraggono, distaccano il lettore dalla trama, lo annoiano. Il dialogo con la vocina interiore è ammorbante, ma è soprattutto la prolissità, il raccontare cose che non c'entrano nulla con la trama, l'aver solo abbozzato quello che avrebbe dovuto essere il personaggio principale (Roberta) non crea la necessaria empatia. La conclusione risulta scontata e banale.
Il solito King, direbbe qualcuno.
Il solito King.

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