29 marzo 2018

Guida irresponsabile alle città maledette. CARCOSA

Venire è facile e richiede qualche ora; andarsene è difficile... e si possono impiegare secoli. ["La demoiselle d'Ys" in Il Re in giallo, Robert W. Chambers, trad. di C. Gavioli, Hypnos edizioni, 2014]

Eccoci per il primo vero appuntamento con la Guida irresponsabile alle città maledette [persi qualcosa? leggete QUI]. 
State programmando le vacanze (ma pure una gita fuori porta, magari per Pasquetta) e non avete le idee chiare su dove andare? Il solito picnic sotto l'acquazzone non vi alletta e, soprattutto, l'idea di condividere l'aria con torme di vacanzieri bercianti vi provoca eritemi nervosi?
Nessuna paura: ho qui pronta la soluzione che fa per voi. 

Silenzio, tranquillità e ampi spazi aperti vi attendono a Carcosa: la città dove arriva solo chi si perde. Per trovarla, non dovrete fare altro che seguire il segno giallo.



Carcosa, luogo magico. Carcosa, città di rovine che sembra essere nata già distrutta. 

Carcosa sorge sulle sponde nebbiose del lago Hali, non molto distante dal castello d'Ys. O da quel che ne rimane.

Arrivare a Carcosa non è affatto difficile. 
In effetti, basta non sapere dove si sta andando. Se camminate abbastanza a lungo da dimenticare chi siete, ecco che vi troverete avvolti dalla nebbia fitta e inesorabile che circonda la città in rovina, con le sue pietre tombali che puntellano una bassa collina come denti cariati, e sulla quale spicca un albero gigantesco e mostruoso, dalla cui cima, posto siate in grado di scalarlo, si ha una visione completa della città.

Da vedere, in realtà, non c'è molto. Ma non è quello che stavate cercando? Il silenzio, la quiete?
Carcosa è distrutta e, come tutte le creature di questo mondo e di questo universo, sembra nata già con i germi della distruzione bene impressi nelle sue mura. 

La nebbia, che si leva dalle putride acque del lago, è fonte certa di reumatismi e raffreddori per cui il consiglio migliore che mi sento di darvi è di portare con voi un buon impermeabile e una scorta decente di fazzoletti di carta, oltre al necessario kit di compresse per il mal di gola e l'influenza.
 
Carcosa è anche il luogo ideale per appassionati di astronomia bizzarra poiché, unica tra le città terrestri, vanta nei suoi cieli pallidi la presenza di ben due soli
Tuttavia alcuni considerano la duplicità solare una mera illusione ottica; il frutto di una particolare composizione dell'aria, che fungerebbe da specchio celeste. Sarebbe così spiegato il perché, nonostante i soli gemelli, la città sia sempre leggermente umidiccia come un malato di tisi, e i venti che di rado la trapassano s'insinuano come lingue di rettile dentro i colletti e sotto le giacche.

La notte conviene stare al riparo, lontano dal cimitero e dall'albero millenario, perché le lune e le stelle nere che ne anneriscono il cielo rendono ancora più spettrali i già spettrali lupi che si danno raduno nei pressi della collina, come se la misteriosa forza del ricordo li conducesse lì ogni sera. Sono lupi affamati di una fame senza fine. E non disdegnano carne fresca (e, soprattutto, viva), quando viene loro data l'occasione di cibarsi.

Per la notte potreste chiedere ospitalità nel già citato Castello d'Ys, sebbene il cibo offerto lasci i commensali con una certa sensazione di vuoto. Il consiglio è quello di partire con razioni a sufficienza nello zaino, una buona tenda e torce a volontà. Ricordate, prima di mettervi in viaggio, che non sapete quanti giorni o settimane o mesi vi impiegherà la visita. Perciò, partite preparati.


Luogo disabitato e sfitto, non troverete abitanti, a Carcosa. 
Ma è certo che, se siete arrivati fin qui, non potete non aver sentito parlare del visionario Hali e del Re in Giallo. Di entrambi sono disponibili, nelle rovine della vecchia biblioteca, copie dei loro manoscritti. Non farete difficoltà a trovare l'edificio sul quale spicca il ben noto segno giallo, unica cosa che sembra scampare alla rovina e alla corruzione generale.
I testi sono accessibili a tutti, ben esposti sul bancone di marmo a forma d'ara che si trova al centro della vecchia costruzione, appena varcato l'architrave sormontato dal simbolo, sulla sinistra.  
Sono i vostri souvenir: prendeteli e portateli con voi, nel vostro viaggio di ritorno.
E non temete, così facendo, di fare torto a qualcuno: di notte, col vento che spira dal lago, nel silenzioso bisbigliare delle stelle cieche, qualcuno varcherà lo stesso portale per rimpiazzare le copie sottratte. In attesa dei prossimi visitatori.



Nel post ho parlato di.
Il re in giallo, Robert W. Chambers, Hypnos edizioni, 2014
Tutti i racconti, Ambrose Bierce, Fanucci editore, 2005


26 marzo 2018

NEL DOLORE - ALESSANDRO ZANNONI

Chissà se la tua rabbia rimarrà ancorata a questo luogo infame, acida e pesante come vomito, o se ti seguirà sotto 'sta terra rossa e polverosa. Sono nato su una salita che non porta a nessuna discesa, dicevi sempre, e ogni occasione era buona per ricordarlo. [Nel dolore, Alessandro Zannoni, A&B Editrice, 2017, p. 17]
Zannoni Nel dolore romanzo

Nick Corey è un bastardo. E non il tipo di bastardo simpatico, quello che, tutto sommato, è divertente avere per amico o per amante.
Nick Corey non è simpatico. E non è divertente. 

Avaro di affetti e simpatie, Nick ama in maniera selettiva e diffidente. È sempre all'erta, come uno dei coyote dai fianchi smagriti che girano per il deserto, pronti a cogliere il minimo fremito di un animale di passaggio. E a saltargli alla gola.

Ambientato nell'America di frontiera, quel Texas arido e dai deserti attraversati a filo da strade dove per miglia non incroci che cactus, Nel dolore è un tassello in più nella storia di Nick Corey, sceriffo della striminzita Bakereedge Pass; storia cominciata nel 2011 con Le cose di cui sono capace (Perdisa Pop).

Mentre cerca di far funzionare il rapporto con Stella e di imitare i ritmi e le illusioni di una tranquilla vita domestica, Corey indaga “a modo suo” sull'omicidio del suo amico d'infanzia. Un fratello di sangue, Rudy Loddenbroke, ucciso da qualcuno che Nick è bene intenzionato a non lasciare in vita ancora a lungo.


Nel dolore è un romanzo di violenza e rabbia, una storia nella quale non viene concessa al lettore né grazia né respiro. Dove pietà è una parola lasciata a seccare ai margini del deserto, abbandonata a sciacalli e avvoltoi.


Non ha pietà, Nick. Non per chi è colpevole, non per chi ferisce. 
Non per se stesso, che pure aveva creduto che, per un attimo, aveva sperato che le cose potessero andare bene, e la vita sarebbe stata più semplice, e tutto il dolore e la rabbia sarebbero scomparse tra le braccia di Stella. Di quella donna tanto amata. E desiderata. 
Ed è proprio per aver sperato, per aver creduto, ancora una volta, nell'illusione, che Nick sceglie la via peggiore, senza compromessi, punendosi atrocemente, tagliando via come un chirurgo di frontiera l'ultimo arto che lo rendeva ancora capace di amare. Perché l'amore, scoprirà Nick, è il più stronzo dei criminali. L'amore è "un cane venuto dall'inferno", come recita uno dei capitoli del romanzo.

Ambientato in America per nessun altro motivo che la libertà narrativa, il poter scrivere di un personaggio e una storia che non avrebbe avuto ragione di esistere se non lì, in un remoto villaggio fatto di birre e deserto, Nel dolore di Alessandro Zannoni è un pulp genuino, sporco e cattivo.
Un racconto crudele ma di una crudeltà non fine a se stessa, non c'è una scena fuori posto, un omicidio che sia superfluo, un'azione inutile; scritto con uno stile asciutto, fatto di frasi brevi e centrate come colpi sulla sagoma di un poligono da tiro, e di personaggi vivi, con i quali ormai l'autore mostra di avere instaurato un rapporto solido e privo di compromessi.

Soprattutto, è un romanzo sincero. Quella di Zannoni, (è la prima cosa che si percepisce in lettura), è la scrittura di chi ha soltanto voglia di raccontare una storia. E sa farlo molto, molto bene.

[Nel dolore, Alessandro Zannoni, A&B editrice, 2017]
 

23 marzo 2018

GUIDA IRRESPONSABILE ALLE CITTÀ MALEDETTE. LA MEGALOPOLIMANZIA DI DE CASTRIES


Qualche tempo fa, anzi, meglio:
Circa un anno fa, assieme a Giuseppe Recchia autore di Maledetti dalle fiamme (Watson edizioni), avevamo progettato una serie di incontri sul tema delle città maledette; quei luoghi, cioè, che per un qualche motivo si trovano a essere teatro di fatti orrendi e misteriosi.

L'idea non era piovuta dal niente, visto che entrambi i nostri romanzi avevano come scenario proprio una città maledetta: la sua, Touronne, è un arroccamento che si erge su un agglomerato urbano ancora più antico e corrotto, custode di una Biblioteca i cui segreti sono ambiti da molti; la mia, Vemana, si origina dalle macerie della distrutta città di W., ed è un luogo insalubre, condizionato dalla presenza di creature notturne e voraci chiamate Ombre.


Degli incontri se ne fece uno soltanto, nell'ormai morto 17 novembre dello scorso anno. Poi, vuoi il tempo e l'inverno, vuoi la scarsa disponibilità di librerie a concederci uno spazio, il progetto subì la sorte della maggior parte delle città che avevamo preso in esame: morì e fu sepolto.

Nell'attesa che qualcuno lo resusciti, ho pensato di sfruttare il materiale raccolto per scrivere una serie di articoli sull'argomento. Una vera e propria Guida irresponsabile alle città maledette.  


Se, dunque, siete sufficientemente pazzi da voler affrontare questo viaggio, munitevi di torcia e seguitemi. Non ve ne pentirete (forse).



Il nostro viaggio parte da San Francisco, e la scelta non è casuale: qui infatti faremo tappa per appropriarci di un testo che, in qualità di esploratori urbani dell'ignoto, non possiamo trascurare.

Il testo in questione è:

MEGALOPOLIMANZIA: UNA NUOVA SCIENZA DELLE CITTÀ

grimorio scritto da Thibaut de Castries e pubblicato nel 1890 in pochi, rarissimi esemplari.

Il primo a parlarne è Fritz Leiber nel suo lungo “La cosa marrone chiaro” e, successivamente, nel romanzo Nostra signora delle tenebre.



Se Megalopolimanzia è un testo molto prezioso e ambito, de Castries (o il Pitagora Nero, come osavano chiamarlo pochi sentiti accoliti), era un uomo di visionaria intelligenza. Egli fu il primo che osò svelare le oscure, sordide radici delle metropoli.

Partendo dallo studio delle antiche mostruosità di pietra come Roma, Babilonia, Ninive ecc… de Castries nel suo trattato dimostra, con assoluta precisione, che le città non sono semplici agglomerati di case ma vere e proprie creature, dotate di una mente composita, animate dallo spirito di conquista nonché emanatrici di entità cupe e perverse, forma materiale dell'energia immateriale che consumano e alimentano, in un circuito potenzialmente infinito. 

Originatisi da un nucleo ristretto, questi esseri affamati di spazio si espandono, un pezzo di muro dopo l'altro, una costruzione via l'altra.

E poiché l'espansione non può avvenire senza l'aiuto esterno, ecco che gli uomini si ritrovano condizionati a questa crescita abnorme, spinti dalle stesse città a ingrandirle; vi si riversano in massa, come falene attratte da una lanterna. 

Si crea, de Castries lo sapeva, un rapporto di simbiosi tra uomo e città; un legame indissolubile e rovinoso. Perché se le città accumulano e immagazzinano notevoli quantità di energia, ne producono a loro volta sotto forma caos e disordine: promiscuità a crimine, inquinamento e malattie, impoverimento delle risorse e devastazione.

“In tutte le epoche della storia sono esistite città dal carattere mostruoso […], ma noi viviamo nell'era Megalopolitana (o Necropolitana), in cui tali flagelli esistono in gran numero, e minacciano di congiungersi e avviluppare il mondo intero nei loro funerei e multipotenti umori cittadini [da La cosa marrone chiaro in La cosa marrone chiaro e altri racconti dell'orrore, Fritz Leiber, trad. di Federico Cenci, Cliquot, 2015, p. 57]

Nel suo Megalopolimanzia de Castries si occupa dettagliatamente anche delle emanazioni delle città, i cosidetti paramentali, creature orrende e parimenti mostruose, che sbirciano in superficie

“umori elettro-mefitici della città [che] possono potenzialmente ottenere effetti di vastissimo impatto anche a grandi distanze spaziali e temporali [Ibidem p. 58]

Naturalmente, de Castries non si limita a descrivere ciò che le città sono, ma anche come poter operare un condizionamento inverso. È possibile, rivela ai propri adepti, manipolare le città attraverso quelli che definisce atti di megalopolimanzia: per far questo, dice ancora de Castries, è necessario conoscere il tempo e il luogo più ricettivo, e usare la mente giusta, il giusto oggetto in grado di operare un legame, effettuare la connessione per avere in pugno la magia di un'intera metropoli.

Purtroppo, stando anche al buon H.P., della Megalopolimanzia ne rimangono solo due copie, le restanti bruciate e distrutte dall'autore.
Una volta giunti a San Francisco il vostro compito sarà di riuscire a mettere le mani almeno su una delle due copie superstiti...

Postilla.
Essendoci, Giuseppe e io, suddivisi le città per genere (a me l'horror e il weird, a lui il fantasy propriamente detto), anche per quanto riguarda questi articoli ho scelto di trattare solo le città di mia competenza. Vale a dire quei luoghi i quali anche il più fiducioso automobilista dovrebbe avere l'accortezza di superare senza fermarsi neppure per chiedere un'informazione.
E siete stati avvisati.

In questo post ho parlato di.
Maledetti dalle Fiamme, Giuseppe Recchia, Watson edizioni, 2017
I Figli delle Ombre, Federica Leonardi, LaPiccolaVolante, 2017
La cosa marrone chiaro e altri racconti, Fritz Leiber, trad. F. Cenci, Cliquot, 2015

20 marzo 2018

RILETTURE. MINE-HAHA - FRANK WEDEKIND

Tutto è soltanto immagini e impressioni. Allora, lo ricordo benissimo, il tempo strisciava lento come una lumaca. [...] Eravamo felici, tutte quante, ma questo era tutto. E siccome nulla veniva a inquietarci nella monotonia, diventavamo grandi e grosse. Non avevamo niente altro da fare che crescere. [...] Ma se oggi ripenso a quei sette anni mi appaiono senza estensione nel tempo, come un attimo, quasi come il sogno di una sola notte. [Mine-Haha o Dell'educazione fisica delle fanciulle, Frank Wedekind, trad. di Vittoria Rovelli Ruberl, Adeplhi, 2005, p. 51]
Mine-haha Frank Wedekind


Sono passati quattro anni dal giorno in cui scelsi di pubblicare la recensione di Mine-Haha. Una recensione che, a onor del vero, andrebbe (come per l'appunto faremo oggi) rivista e sistemata. La cosa curiosa, però, è che da allora è l'articolo che ha più portato visite su questo blog.

12 marzo 2018

NON SI UCCIDONO COSÌ ANCHE I CAVALLI? - HORACE McCOY

“Va bene”, dissi a Gloria. “Dimmi tu quando.”
“Sono pronta.”
“Dove?”
“Proprio qui. Alla tempia.”
[Non si uccidono così anche i cavalli?, Horace McCoy, trad. di Luca Conti, Terre di Mezzo editore, p. 121,2007]

Nell'America della Grande Depressione si consuma un duplice dramma: durante una maratona di ballo delle persone rimangono uccise per un colpo di pistola, altre, invece, muoiono lentamente, schiacciate da un'esistenza priva di sbocchi, arida di senso. 

10 marzo 2018

Scrittori dimenticati. J. D. BERESFORD - Seconda parte


[PROSEGUE DA QUI]

Oltre alle opere citate nel precedente articolo, John Davys Beresford fu un autore prolifico di distopie e di utopie le quali tendono, sempre, verso un finale di rovina. 

9 marzo 2018

Scrittori dimenticati. J. D. BERESFORD

La mente soprannaturale

Prima parte


Scrittore che, tra gli altri, influenzò l'opera di Olaf Stapledon (per il quale è già previsto un prossimo articolo); primo fautore di uno studio critico su H. G. Wells, del quale era grande ammiratore, John Davys Beresford è autore dimenticato di una narrativa del fantastico e del perturbante dalle tematiche compiutamente moderne. La sua si potrebbe quasi definire una fisiologia del soprannaturale, e fu certamente influenzata dalla psicoanalisi moderna che in quell'epoca compiva i primi passi.

John Davys Beresford


Beresford nasce nel 1873 a Castor, Inghilterra in una famiglia fortemente religiosa (il padre era ministro di culto), e viene colpito in tenerà età dalla polio che lascia sul suo corpo segni evidenti; questi due elementi: l'ombra di un padre opprimente e culturalmente lontano, e la malattia saranno le tematiche principali delle sue prime opere. Ma l'idea del corpo come elemento estraneo, come macchina e trappola dello spirito verrà ripreso anche successivamente, come nel racconto "The man in the machine", la cui traduzione chiuderà la seconda parte di questo breve approfondimento sull'autore.

E se la contrapposizione padre-figlio, una incomunicabilità quasi fisiologica perché frutto di una distanza non solo mentale ma anche temporale, emerge per esempio con vigore nella novella “The looking glass” (1922), è nella sua opera più nota, il romanzo The Hampdenshire Wonder (1911) che questo tema, assieme a quello dell'handicap, vengono metabolizzati e rielaborati sotto forma di un racconto che ha per protagonista un ragazzino superdotato, un idrocefalico dalle qualità sorprendenti, il quale si trova a convivere con un genitore che sembra quasi rifiutarne, spaventato, la paternità.

The Hampdenshire Wonder J. D. Beresford

Liberatosi dell'ombra paterna solo in età adulta quando, come reazione e segno d'indipendenza, Beresford abbandona la religione cattolica per affidarsi prima a un agnosticismo aperto, poi alla Teosofia e quindi al pacifismo, l'autore introduce nei suoi scritti un terzo tema, quello di una spiritualità innata che circonda le cose e che va di pari passo con la moderna ricerca psicologica.

In Beresford c'è sempre qualcosa che sembra aleggiare o permeare i protagonisti dei suoi racconti. Qualcosa che vive all'esterno di essi, e che si palesa nelle dimostrazioni di forza della natura, nelle sue tempeste e nei suoi venti che soffiano da mare e che minacciano di nutrirsi degli incauti che osino sfidarle.

Qualcosa che vive dentro i protagonisti, che parla attraverso di loro. È forse quell'Es nato con la psicanalisi moderna; è l'anima che si nasconde in qualche segreto meccanismo della coscienza; è la mente, creatura inintelligibile, vero e proprio mistero. Un organismo, più che un organo, in grado di compiere miracoli, e di far vedere a pochi fortunati (o sfortunati) ciò che non tutti possono vedere.

E, in questo senso, la raccolta Nineteen Impressions, che vede la stampa nel 1918, è un piccolo tesoro perché contiene una summa della narrativa di Beresford, dove si spazia dal racconto umoristico, con chiare influenze wellsiane, a quello sottilmente orrorifico fino ad arrivare a storie in cui la tematica dell'unione mentale tra uomo e natura, uomo e uomo, uomo e creature intangibili che popolano, non viste, il mondo fanno da tema predominante.

Quella di Beresford è, in tutti i sensi, una narrativa clinica, “fisiologica”; una psicanalisi del soprannaturale, nella quale è sempre presente l'interesse vivo dell'autore per le scienze che, in quegli anni, avevano appena cominciato a scandagliare l'insondabile “fossa delle Marianne” del cervello umano.

In Beresford, il soprannaturale è un stretta relazione con ciò che è fisico, mentale, psicologico. Psiche, corpo e anima sono poste in una stretta relazione, e ciò vale non solo per l'elemento umano ma anche per quello naturale.


Nei racconti presenti in Nineteen Impressions, il soprannaturale ha sempre una relazione con la fisiologia e la psicologia dei protagonisti. Come avviene, ad esempio, in “A case of prevision”, dove le premonizioni di un uomo, scambiate per allucinazioni visive, ne determinano la fine infausta. O in “An effect of reincarnation”, nel quale la suggestione legata alla presunta reminescenza di una vita passato finisce per condizionare il carattere del personaggio principale, portandolo a mutare radicalmente vita.

Ecco, in Beresford ciò che resta, al termine della lettura della maggior parte dei racconti contenuti in nell'antologia è l'incertezza psicologica, il dubbio, la possibilità che ciò che è narrato sia frutto di un errore mentale o, al contrario, di uno straordinario connubio tra l'inconcepibile e il possibile


Fonti:

7 marzo 2018

RECENSIONE. TRE DI NESSUNO - DAVIDE CAMPARSI


Tutti i supereroi dei fumetti che Mario aveva letto da ragazzino portavano mutandoni sopra la calzamaglia. Lui non sarebbe stato da meno.
Avrebbe fatto la differenza. Per Carrone, per sé.
Sarebbe stato un eroe.
Uno di quelli super.
[Tre di nessuno, Davide Camparsi, Edizioni Il Foglio, 2017, p. 55]

Davide Camparsi, autore che molti tra i frequentatori della narrativa di genere già conosceranno, si slaccia un istante dalle suggestioni fantastiche per scrivere un noir sporco e cattivo, ambientato nella provincia di un nord rinserrato tra le nebbie più fitte, dove uomini e donne lottano per sopravvivere alla mediocrità ed emergere dal contesto di pigra fanghiglia che li circonda.

Davide Camparsi, Tre di nessuno

Tre di nessuno è un noir che in parte ricorda lo Scerbanenco scrittore della periferia abbruttita, di quella terra dove non esistono che vinti e le ragioni, anche le più nobili, nascondono sempre una bava di meschinità, un lampo di egoismo.

E meschini ed egoisti, vinti e plasmati dall'ambiente in cui sono nati e vivono sono i tre protagonisti del romanzo edito da Edizioni Il Foglio. Tre “signori nessuno”, ai quali l'autore sceglie di dedicare un capitolo a testa, riprendendoli da diverse angolazioni mentre li descrive e ne delinea le storie, storie destinate a intrecciarsi per una serie di coincidenze, fino all'inevitabile finale.

C'è LaCarla, donna di Chiesa, si direbbe più per mancanza di alternative che per vero trasporto religioso, animata da una sensualità tanto vorace quanto dispettosa per il parroco del paese.
C'è Mario, meccanico senza grandi prospettive, che trova conforto nel suo essere invisibile dalla massa quando, ripetendo a macchinetta slogan triti e luoghi comuni contro questa o quella minoranza, ottiene un riconoscimento dalla platea sopita che anima il bar di Duncan.
C'è poi Duncan, che nasce ragazzino emarginato tanto dalla famiglia quanto dai compagni di scuola, e che poi evolve in rispettato e temuto boss di quartiere con velleità politiche.

E quando LaCarla finisce invischiata nella droga del gioco d'azzardo, e Mario ha un'epifania che lo porterà a scegliere la strada della lotta attiva al crimine per colpa delle occhiate di un vecchio ubriacone, ecco che il meccanismo di avvicinamento e scontro tra questi tre diversi rappresentanti umani si mette in moto, senza che sia possibile arrestarlo.

Tre nessuno è la storia di tre saltafango che, nel loro angusto stagno, combattono e si divincolano mossi dallo stesso miraggio di una effimera realizzazione; tutti e tre animati da un desiderio che non è altro che il desiderio di esistere, di superare la calca che li schiaccia e soffoca per poter dare un senso a una vita senza scopi. E in questo gioco a chi riesce a saltare più in alto, ogni caduta porta allo sfracello.

La scrittura di Camparsi è pacata, riflessiva; una scrittura che ha i suoi legami con la migliore narrativa italiana. È un modo di raccontare che trascina il lettore; lo porta con sé come fanno le acque di un fiume all'apparenza tranquillo, che nasconde sotto la superficie una corrente inarrestabile.

LaCarla, Mario e Duncan, i protagonisti, sono tre sconfitti senz'appello. E Tre di nessuno è un romanzo di vinti, una storia nera che affonda le radici nel territorio e vi si ancora con tutta la sua forza, portando sulla scena situazioni e personaggi non solo credibili ma veri, terribilmente plausibili e reali.

SEGNALAZIONE.

CENERE, Kipple Officina Libraria

OVUNQUE, NEL MONDO, Nero press

Mentre il morbo del silenzio colpiva il blog, la sottoscritta continuava a ruminare parole. Parole che sono diventate storie, storie che sono uscite da pochi giorni, rispettivamente per Kipple Officina Libraria e Nero press edizioni

Ovunque, nel mondosi  Federica Leonardi, Nero Press Edizioni

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