20 marzo 2018

RILETTURE. MINE-HAHA - FRANK WEDEKIND

Tutto è soltanto immagini e impressioni. Allora, lo ricordo benissimo, il tempo strisciava lento come una lumaca. [...] Eravamo felici, tutte quante, ma questo era tutto. E siccome nulla veniva a inquietarci nella monotonia, diventavamo grandi e grosse. Non avevamo niente altro da fare che crescere. [...] Ma se oggi ripenso a quei sette anni mi appaiono senza estensione nel tempo, come un attimo, quasi come il sogno di una sola notte. [Mine-Haha o Dell'educazione fisica delle fanciulle, Frank Wedekind, trad. di Vittoria Rovelli Ruberl, Adeplhi, 2005, p. 51]
Mine-haha Frank Wedekind


Sono passati quattro anni dal giorno in cui scelsi di pubblicare la recensione di Mine-Haha. Una recensione che, a onor del vero, andrebbe (come per l'appunto faremo oggi) rivista e sistemata. La cosa curiosa, però, è che da allora è l'articolo che ha più portato visite su questo blog.


Non c'è mese in cui qualcuno non cerchi notizie sul romanzo (che sarebbe meglio dire “frammento di”, dato che la sua conclusione è solo un accidente di percorso), di Wedekind. Il merito credo vada ingiustamente attribuito al film che al romanzo si ispira. Perché ho il sospetto che chi cerchi il romanzo lo faccia per capire e approfondire certi elementi che nel film vengono toccati di sfuggita e che, mi spiace deludervi, nel romanzo non vengono menzionati affatto. 

Mine-haha o Dell'educazione fisica delle fanciulle è un libretto piccolo ma denso, che si porta dietro almeno tre livelli di lettura.

La storia, in breve: sfruttando il cliché del memoriale lasciato all'autore da una vecchina suicida, Wedekind racconta in prima persona la vita delle ragazze in un collegio molto particolare; una sorta di tribù dei bambini, dove a capo si trovano due misteriose governanti, bellissime e armoniose.

I bambini, presumibilmente orfani o comunque fanciulli abbandonati, sono liberi di girare per il parco, godersi le bellezze delle foglie verdi illuminate dal sole in una sorta di sogno costante, interrotto solo di tanto in tanto da lezioni altrettanto misteriose, che hanno come oggetto prettamente la cura del corpo: esercizi ginnici, di portamento e di eleganza. È questa l'educazione fisica a cui allude Wedekind. Ma, ovviamente, c'è dell'altro…

Un altro che se il film accentua e rende il fulcro della sua narrazione, Wedekind lascia sempre ai margini del campo visivo, nelle allusioni alle forme della governante, nel modo in cui si solleva la gonna, scoprendo gambe tornite e flessuose, nelle “tute” (pressoché dei body) che tutti indossano durante gli esercizi.

Quello di Mine-Haha è quindi un luogo di sogno, un'utopia infantile, dove tutto è permesso e anche le regole vengono accolte con amore.



Questa prima lettura, che dura lo spazio di pochi anni, termina quando ragazze e ragazzi vengono separati e divisi in quella che ha i segni di una cerimonia iniziatica: rapite di notte, rinchiuse in una cesta, le ragazze vengono portate in quella che, per i successivi sette anni (fino alla pubertà) sarà la loro casa di formazione; una prigione dorata, a due piani, con mattoncini rossi e pareti di vetro. Lì le ragazze imparano a rotazione la danza e la musica, e non c'è altro insegnamento.

È solo il fisico che viene curato e accudito, reso forte e flessuoso.

La mente, al contrario, viene forzata a un torpore semi-onirico e il pensiero escluso così che le ragazze, lì tenute in prigionia (perché ogni tentativo di fuga è punito con una reclusione ancora più atroce e terribile), finiscono per assomigliarsi l'una all'altra, hanno identiche emozioni e sensazioni. Parlano uno stesso linguaggio, che è il linguaggio dello stupore, e tutto ciò che le distingue è il corpo, il modo di camminare.

A causa della totale ignoranza in cui vivevamo, i nostri rapporti erano limitati agli elementi più semplici. Così non ricordo nemmeno che tutte quelle ragazze nel parco mi siano mai apparse spiritualmente differenti l'una dall'altra. L'una pensava e sentiva come l'altra, e se una apriva la bocca tutte le altre sapevano già sempre quello che voleva dire. [Ibidem p. 52]

L'unico contatto con il mondo esterno è dato dal teatro, luogo misterioso cui possono accedere solo le più alte in grado, ovvero le ragazze cui tocca amministrare la casa per tutto l'anno che precede il menarca. Ma neppure lì le ragazze possono davvero vedere cosa si cela al di là delle alte mura del giardino, perché gli spettatori sono protetti da schermi che, celandoli alla vista delle ballerine, permettono loro di vedere tutto.

Ma cosa sono le case nelle quali Hidalla e le altre vengono rinchiuse e cresciute?

Mine-Haha questo frammento di romanzo incentrato su questo misterioso complesso educativo, è probabilmente la storia di una società che, nel rispetto della morale pubblica e in un'ottica squisitamente economica, alleva a proprio uso e consumo una schiera di prostitute cittadine.

A Hidalla e alle altre non vengono insegnati neppure i rudimenti della scrittura perché il loro scopo, una volta uscite dalla stretta porta del teatro non appena raggiunta la maturità sessuale, sarà quello di donarsi alla città, come le sacre sacerdotesse di culti sepolti.

E qui subentra l'aspetto meno letto del frammento, che è quello di satira. Satira sottile di un certo modo borghese di concepire e concupire il sesso, apertamente osteggiato e declinato in semplice atto riproduttivo, ma segretamente ricercato nelle camere da letto di etere e amanti, o in oscuri teatri antesignani dei moderni peep-show.

Il bordello, che ha una prima porta d'accesso nel Campidoglio, nella cui vasca le ragazze uscite dalle case verranno per la prima volta date “in sposa” ai loro protettori (i ragazzi dai quali vennero separate da bambine, presumibilmente), è il luogo sottinteso di tutto il racconto. Lì sono destinate le ragazze, lì porta tutta la loro preparazione atletica e musicale. Sono prostitute comunali, sono le salvatrici inconsapevoli della probità borghese, della morigeratezza dei costumi.

Il testo ha un'andatura musicale, un lento adagio con qualche intermezzo più veloce, che passa repentinamente da una scena all'altra e confonde il lettore perché confusi sono anche i ricordi della narratrice, perché sono ricordi basati su sensazioni, odori e movimenti. È quindi un continuo flusso di immagini che trascinano il lettore come atti di un balletto, su e giù lungo un percorso carico di mistero, e dagli accenni iniziatici.



E andrebbero anche spese due parole sull'autore, quel Wedekind che fece inconsapevolmente la fortuna di Louise Brooks; uomo dagli infiniti interessi, eccentrico, sognatore, irridente outsider e amante dell'umanità più corrotta e degradata. Una vita frenetica, la sua, che rideva dei costumi borghesi, delle paure continue di fare e persino pensare in libertà. 



Figlio di un ginecologo, lascia anzitempo gli studi di giurisprudenza per dedicarsi alla satira con la fondazione della rivista Simplicissimus e la pubblicazione di liriche irridenti tra la quali, una, nel 1899, gli costerà sette mesi di carcere per lesa maestà.




Wedekind amava il teatro e il circo e non era insolito vederlo circondato da prostitute o saltimbanchi, truffatori e giocatori d'azzardo. Ed è proprio il circo a tornare spesso nelle suggestioni di Mine-Haha, nell'iniziale ode di libertà, nella descrizione minuziosa ed elegante degli esercizi delle ragazze come pure dei loro costumi.

Scrisse opere ritenute ancora oggi scandalose, come Il risveglio di primavera, o Lo spirito della terra.

Fu attore dei propri drammi e persino cantastorie di cabaret, non per abilità artistiche ma per necessità e desiderio di sperimentare.

Nel 1906 l'allestimento in pompa magna di Risveglio di primavera a opera di Max Reinhardt lo consacrerà come primo punto di riferimento dell'avanguardia tedesca finché nel 1929, quando Wedekind sarà già morto da dieci anni, Pabst renderà omaggio all'autore tedesco con il suo Il vaso di Pandora. Film questo, nel quale una giovanissima Louise Brooks non solo incarnerà perfettamente i panni della femme fatale Lulù, che si può quasi considerare un'estensione delle ragazze e colleghe di Hidalla,  ma darà vita essa stessa a un nuovo ideale di donna, la cui seduzione continua, inesorabile, ancora oggi.


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