26 aprile 2017

L'OCCUPAZIONE – Alessandro Sesto


Prendete una sera qualsiasi. 
Siete sul divano, un occhio alla tv, uno al cellulare. Mentre vi guardate la replica di Cuochi infami, il programma è interrotto da una breaking news. Qualcuno, dice la giornalista che sembra tesa ma non troppo, ha occupato il vostro paese. Di più non si sa, per cui si dà spazio alla voce della gente, con interviste a persone che ne sanno meno dei reporter sparpagliati per la capitale.

Come da buona abitudine, ammutolite la tv e cercate su Google, Twitter e Facebook notizie più sicure. Non le trovate. O, meglio, ne trovate tante, tutte discordanti. Alcuni siti parlano dell'occupazione come di una bufala, altri sostengono che sia il vostro paese ad aver occupato un altro territorio. Su Facebook i vostri contatti si suddividono tra sostenitori dell'una o dell'altra tesi, che si ramificano e si danno battaglia a colpi di molotov virtuali. Gli account Twitter dei complottisti sono impegnati in elaborate dietrologie da 140 caratteri l'una. I fact checker si ritrovano i cervelli in crash.

In tutto questo, voi sbadigliate, pubblicate il video di un gattino che suona l'arpa, vi godete i like e le condivisioni, vi grattate una natica, scambiate qualche battuta sull'occupazione, cambiate canale finché non imbroccate una vecchia e disagiata rete che dell'occupazione sa niente e trasmette un western erotico. Vi appisolate certi che, comunque vada, questa cosa dell'occupazione non sia poi così importante per voi. “'Sticazzi” è l'ultimo commento coerente, prima che cominciate a russare.

Nella sua prima prova sulle lunghezze narrative, Alessandro Sesto mette in scena una distopia che tra psicologia, sociologia, filosofia e narratologia (e magari ho dimenticato qualcosa) analizza cosa succede alla storia e al raccontare in un mondo di verità liquide
Dove nulla di ciò che accade è certo. 

21 aprile 2017

L'INCUBO DI HILL HOUSE – Shirley Jackson

A volte uno dice: il destino. Mentre scrivo questa recensione, infatti, Netflix annuncia di aver messo in cantiere la produzione di una serie, suddivisa in due stagioni, tratta proprio da The haunting of Hill House. A capo del progetto ci sarà Mike Flanagan, già regista e autore di Oculus, Il terrore del silenzio e Ouija.
E allora tocca proprio parlare di questo romanzo, il mio primo Shirley Jackson, terminato mentre mi riprendevo dalla pasquetta. 

Come Malpertuis, L'incubo di Hill House [tit. or. The Haunting of Hill House - 1959], tradotto in Italia anche con il titolo La casa degli invasati (per questo vezzo tutto nostro di dover dare trenta titoli diversi a un romanzo e incasinare i lettori con le edizioni), fa parte del mio personale tour delle case infestate.
Un tour che si sta dimostrando profittevole sotto molteplici aspetti, devo dire.

19 aprile 2017

Bibliofeticci. MALPERTUIS – Jean Ray

Un po' come la dimora che porta il suo nome, fino allo scorso anno Malpertuis, romanzo gotico e fantastico, è appartenuto alla genia dei libri introvabili; quelle edizioni che appaiono nel sottobosco di internet a cifre vertiginose, per poi altrettanto rapidamente svanire come ombre in una stanza buia. 


Pubblicato per l'ultima volta nella collana Horror degli Oscar Mondadori nel 1990, da allora Malpertuis ha fatto perdere le sue tracce, trascinando i collezionisti in un vortice di vorrei ma non posso, quando si presentavano copie a prezzi impossibili. L'unica possibilità di consolazione era data dalla visione del film omonimo, girato da Harry Kümel nel 1971, che vantava la partecipazione, tra gli altri, del massiccio Orson Welles nei panni di Cassave.

5 aprile 2017

Scrittori dimenticati. JEREMIAS GOTTHELF e IL RAGNO NERO


Se è vero che nomen omen, a leggere un nome come quello di Jeremias Gotthelf uno non può fare a meno di immaginarsi un pastore protestante, che se ne va in giro ad apostolare e a cercare di redimere cuori imbastarditi per riportarli nella fucina di Dio. E, in effetti, lo scrittore in questione, che quel nome se lo scelse e che è considerato un po' il Manzoni della narrativa svizzera, in vita fu proprio un uomo di Dio. Pastore anomalo, Gotthelf non visse però una vita di agi e adagi; a causa delle sue idee politiche, che potremmo definire “para-socialiste”, si scontrò spesso e volentieri con i suoi superiori, finendo per vivere in un isolamento che perdurerà fino alla morte.
Ma su questo ci torneremo.

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