29 gennaio 2016

QUELLA LUCE NEGLI OCCHI - Bennett Sims. Recensione

Buongiorno lettori!

Oggi disattendo il mio impegno a parlarvi solo delle letture che mi hanno colpita per recensire il romanzo di Bennett Sims, Quella luce negli occhi, una zombie-novel che usa i non-morti come pretesto per parlare di altro: della morte, ovviamente, e del dolore della separazione. Della solitudine e della domanda che un po' tutti prima o poi si fanno: "Per quale motivo siamo al mondo?"

Ora, il romanzo di Sims non è il primo a "usare" gli zombie o una pandemia per fare "letteratura". Tra i tanti titoli mi viene in mente Prima di scomparire di Molia Xabi, che tra l'altro vi consiglio di includere nella mai-vuota-lista-dei-desideri. 

Titolo: QUELLA LUCE NEGLI OCCHI
Autore: Bennett Sims
Traduttore: Sara Reggiani
Editore: Edizioni Clichy
Anno: 2015

Se quindi il romanzo di Sims ha dalla sua l'originalità della premessa, con il proseguire della storia (che, lo confesso, ho fatto fatica a portare avanti u_u) sembra incartarsi in un loop infinito, con minuziosi e dettagliati racconti sulla luce, sui riflessi, sui ricordi che, IMHO, da circa metà romanzo ti masticano il cervello e lo sputacchiano sulla pagina senza alcun riguardo. 

Ma andiamo con ordine. 
Siamo a Baton Rouge. Mancano poche settimane alla stagione degli uragani. Nella città dai negozi sbarrati vivono pochi superstiti a quello che è stato l'inesplicabile avvento dei morti-viventi. No, i cadaveri non risorgono dalle tombe, i morti "vecchi" se ne stanno buoni nelle loro fosse due metri per quattro a disquisire di decomposizione con i vermi. Ma i morti recenti dai cimiteri si tengono alla larga, vitali anche se con un cardiogramma piatto e, non c'è neanche bisogno di dirlo, animati da un unico bisogno: riempirsi lo stomaco di carne umana fino a esplodere. Ora, dopo le prime settimane di panico le cose sono state sistemate e i viventi sanno cosa fare in caso di avvistamento di un non morto: allertare la polizia e attendere che i sanitari arrivino per recuperare il cadavere ambulante, confinandolo in un apposito centro di quarantena. 
A Baton Rouge vivono Michael con la sua compagna Rachel e Matt, un loro amico, che ha da poco perso il padre, letteralmente. Il signor Mazoch, infatti, è stato aggredito da un morto vivente e vaga per la città, né morto né vivo. Desiderio di Matt è ritrovarlo e Michael gli darà una mano battendo tutti i posti che al signor Mazoch erano cari perché: 

Una cosa abbiamo capito dei non morti: tornano a ciò che gli è familiare.

27 gennaio 2016

JAYBIRD - Lauri & Jaakko Ahonen. Recensione

Buongiorno cacciatori di storie,

tornano le recensioni qui, al quartier generale della cacciatrice di libri, ma con una novità considerevole (be', almeno per me): le nuove recensioni riguarderanno solo i libri che ho trovato interessanti o che, a fine lettura, mi hanno lasciato qualcosa. Via il rating, che comunque troverete sbirciando sul mio profilo su GoodReads perché sono del parere che le stelline creino, spesso e volentieri, confusione sia in chi legge che in chi recensisce. Per esempio: c'è chi considera tre stelle un punteggio basso. Per quanto mi riguarda, è una sufficienza, il che significa che il romanzo a me non ha convinto ma non è così male. 

In sostanza, da oggi qui su Diario di una Cacciatrice di Libri troverete esclusivamente recensioni di cose che, per un motivo o per un altro, mi sento in dovere di consigliarvi.

Fine della premessa, si va a parlare di Jaybird, graphic novel vincitrice del Grand Guinigi nel 2014 pubblicata recentemente da Elara, dopo aver fatto la sua prima apparizione in Italia sulle pagine di SuperG.

Titolo: JAYBIRD
Autori: Ahonen, Lauri e Jaakko
Editore: Elara
Anno: 2015


In una grande dimora dalle imposte sbarrate da spesse assi, in uno stato di solitudine e incessante paura, vivono Jay e sua madre, due ghiandaie azzurre. 
Le giornate di Jay trascorrono scandite dal tintinnio della lunga fila di campanelli sparsi per tutta la casa, il solo modo che la madre dell'uccellino, costretta a letto, ha per comunicare con suo figlio. Jay, il cui unico amico è un ragno, non è mai stato fuori di casa. Non conosce nulla del mondo esterno se non ciò che gli racconta sua madre. E il mondo esterno è dipinto come un luogo infernale in cui uccelli più grandi di loro ed estremamente feroci sono sempre in agguato, pronti a rubare e a strappare gli occhi delle ghiandaie troppo curiose. 
Intimorito dai racconti materni, Jay si tiene alla larga dalle finestre sprangate finché...


Jaybird è una graphic novel in cui i silenzi predominano sui dialoghi, una scelta che non è solo stilistica (contribuendo a trasmettere la lettore l'angoscia per la situazione di prigionia in cui Jay si trova) ma metaforica: il silenzio che domina la dimora delle ghiandaie, interrotto solo dal trillo altrettanto angosciante delle campanelle disseminate per le stanze, è quello delle menzogne e delle mezze verità che la madre racconta al figlio per tenerlo legato a lei e proteggerlo dall'orrore del mondo, in un distorto concetto di amore materno che da tempo è tracimato nel bisogno nella possessione, in un controllo ossessivo e senza scampo. 

Così Jay si trasforma di fatto nell'oggetto che tiene in vita sua madre, quella cosa che le permette di esistere. La sua immobilità potrebbe essere nient'altro che una menzogna, un ulteriore nodo stretto attorno alle ali del suo piccolo uccellino, perché se ne resti buono in gabbia e non la lasci sola, perché quel volo la ucciderebbe. 

Ma quelle menzogne non faranno altro che coltivare il terrore di Jay, fino all'inevitabile e tragico finale.

Al tema del rapporto genitori-figli si aggiunge poi quello della guerra. Un tema, questo, citato più volte nei discorsi della madre. L'orrore della guerra, rappresentato dai rapaci che vivono con il solo scopo di distruggere e uccidere, è la causa della loro reclusione volontaria. E se anche quell'orrore potrebbe essere finito da tempo, nulla ormai farà sentire al sicuro la donna. Né suo figlio. 
Le tavole che compongono Jaybird sono molto belle, a tratti disturbanti quando si trasformano in un groviglio confuso di colori e forme che rappresentano i terrori di madre e figlio, rinchiusi e isolati ma non per questo in pace. Perché se c'è un messaggio che Jaybird veicola è questo: per quanto tu possa nasconderti la paura ti troverà sempre perché vive dentro di te.

Una storia che ha punti in comune con Psycho e che merita, davvero, di essere letta.


Buone letture ♥

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25 gennaio 2016

Pagine fresche, prossime letture - 25 di 366

Mentre son qui che sorseggio amabilmente un tè ai frutti rossi ho pensato che sarebbe stato carino aggiornare il blog. Con un post interessante, una volta tanto.

Per quanto riguarda il capitolo "pagine vecchie", ovvero cosa sto leggendo/cosa ho letto, be, sono immersa nella (bella) lettura di Il maestro e Margherita di Bulgakov ed è un vero piacere, dopo la mezza e inaspettata delusione di Quella luce negli occhi di Bennett Sims.

Bulgakov, tra l'altro, è uno dei pochi autori russi con cui riesca a passare ore belle e piacevoli, ma questa è un'altra storia.


Per quanto riguarda le "pagine nuove", invece, proprio stamattina ha citofonato il corriere. Assieme a due film che era proprio ora mettessi in videoteca (Dogma e Labyrinth), sono arrivati tre libri.

Il primo, che forse vi farà strano, è Harry Potter e la pietra filosofale. Mai letto Potter. Lo so, lo so, è una orribile confessione, ma purtroppo appartengo a quel genere di loschi individui che, finché c'è l'hype per un qualcosa ne viene respinto. È una questione di magnetismo. Ma poi recupero sempre ;) Oh, la copertina l'è brutta assai, ma per fortuna sono una filosofa dei contenuti e non dei contenitori.

Secondo volume che entra a scaffale è Ciò che Dio unisce diSacha Naspini. Ormai dovreste averlo ben chiaro che Naspini è il mio nuovo autore di riferimento, uno di quelli da recuperare piano piano ogni roba scritta. Questo romanzo, edito da PianoB , è già bello solo per la grafica che, se avessi pazienza e non fossi dall'app, vi illustrerei punto per punto. Comunque, sulla fiducia: se pensate che gli scrittori italiani sappiano di tappo, sorseggiate un Naspini e -credetemi - vi riempirete la cantina con le sue storie.
 
L'uomo che credeva di essere se stesso di David Ambrose l'ho invece acquistato per caso, perché era in maxi offerta, perché la trama era strana abbastanza da interessarmi e perché le edizioni della MeridianoZero son troppo particolari per non prenderle.

Buone letture!
Federica

19 gennaio 2016

19 di 366 - Rotture di fantasy e compleanni importanti

Buongiorno lettori!
Torno perché, come scrive Bennett Sims in Quella luce negli occhi (Edizioni Clichy)

Una cosa finora abbiamo capito dei non morti: ritornano a ciò che gli è familiare. (p. 15)

Torno a metà: un po' polemica, un po' allegra.
Cominciamo dalla polemica, nata da un post su Facebook (ma non vi fa strano che, il più delle volte, ci si ritrovi a commentare fatti "virtuali"?) che ha suscitato un piccolo maremoto nel mare di internet. Parliamo di nuovo di fantasy.


Ora, sarà anche vero che, come una neonata casa editrice ha sentito il bisogno di comunicarci (salvo poi modificare il post di presentazione quando ormai i buoi erano scappati dalla stalla chiudendosi dietro pure il lucchetto) "il fantasy ha rotto il caz*o" ma io continuo a non esserne del tutto sicura.

Certo, bisognerebbe capire quale fantasy. Perché ho come l'impressione che quando si parla di narrativa fantastica ci si riduca sempre al binomio: Tolkien (quindi elfi, draghi, hobbit, gnomi e compagnia errante) o paranormal romance. Quando va bene, ci si aggiungono i maghi. Quando va male, si pensa al fantasy come un ricettacolo di elfi e cose medievaleggianti. Punto.

Ma il fantasy è molto altro, e limitarne la visione con quella sorta di paraocchi per cavalli che è il pregiudizio di genere secondo me è un vero peccato.

E lo dico sia da lettrice che da scrittore-che-ci-prova. 
Perché questo limite sta da entrambi i lati: come lettrice spesso mi capita di trovarmi di fronte a cloni di un certo tipo di fantasy, e sono tanto ben assimilati i cliché che basterebbe cambiare nomi a personaggi e ambienti per ritrovarsi a leggere quasi la stessa storia di un altro autore.

Dall'altro lato, il fantasy sembra un genere facile, proprio perché non ha pretese di "alta letteratura" (e dio, come detesto dover fare questo distinguo tra caste letterarie) ma non lo è affatto perché, come qualunque altra storia, anche quella fantastica richiede impegno e studio e ricerca di informazioni e coerenza e tanto altro. Oltre a una qualche capacità di scrittura, ovviamente.

Non è il fantasy ad aver rotto il caz*o, semmai sono certi editori che non hanno idea di cosa sia il fantasy e altri che, al contrario, spingono all'infinito, succhiando ogni vena, ogni capillare di una derivazione del genere finché non è morto e mummificato, riproponendo storie trite e ritrite che a un certo punto ti senti un po' meno Guy Montag e più vicino a Beatty, il capo dei pompieri in Fahrenheit 451. 

E questo errore lo compiono anche quegli autori che magari hanno idee geniali, bizzarre, fuori dagli schemi; idee che uccidono e accantonano, ritenendo a torto che, per vendere, la cosa migliore sia usare la carta carbone.
Ma lasciate perdere i cloni, buttatevi per la miseria. 
Inventate, omaggiate pure, ma date vita alle storie che davvero sentite di volere scrivere. Create nuovi mostri, nuove creature, nuovi mondi. 
Lasciate perdere il poi, la CE che leggerà il vostro manoscritto, le possibili opportunità di guadagno. 
E ve lo dice una che per anni ha scritto gialli e thriller, anche se non le appartenevano, solo perché erano quelle le storie che venivano maggiormente richieste dalle CE. E ci è voluta una piccola, minuscola casa editrice a farmi capire che no, il giallo non mi donava e che i miei primi racconti erano storie dell'orrore perché il mio demone ispiratore parla solo il linguaggio dell'orrore e della bizzarria.

E arriviamo così alla seconda parte del post: se il fantasy (horror, fantascienza, fantastico e sottogeneri) ha rotto le scatole, mi dite perché oggi , giorno del suo compleanno, molti stanno brindando alla salute di uno dei pilastri portanti di questo genere narrativo? 
Come mai Edgar Allan Poe è ancora così amato (e venerato) se del fantastico non se ne può più?

Non ripeterò quello che ho già scritto a ottobre, su quanto debba a questo autore. Su come sia tutt'ora il mio punto di riferimento l'uomo che, pur morto, mi ha spinta a scrivere e continui tuttora a sollecitare la mia fantasia. Su quanto vorrei potergli stringere la mano, offrire un goccio di buon vino rosso e dirgli: "Signore, le sono debitrice." E fargli leggere Il signor W., ascoltarne critiche e suggerimenti e magari vederlo imbarazzato quando noterà gli omaggi sepolti tra le righe della storia, come chiodi che sigillano un amore che è nato diciotto anni fa e continuerà per sempre.

E quanto mi sarebbe piaciuto leggere una sua critica ragionata e ironica su quanto siano irragionevoli le diatribe attorno ai generi letterari, su cosa sia meglio leggere, su letteratura alta e bassa manco fossimo in una specie di Ancien Régime letterario.

Brindiamo alla salute di un uomo che grazie alla letteratura fantastica è e sarà ancora per molto tempo ricordato.

Happy birthday, Mr Poe!

Buone letture ♥

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7 gennaio 2016

7 di 366 - Ma parlami un po' di te

Ritorno.

Dopo aver finito ufficialmente di scrivere quella cosa che vi dicevo, e aver editato/inviato un'altra cosa di cui non posso parlarvi, almeno per il momento, posso dedicare qualche minuto al blog.

Parliamo delle biografie. Quelle cose che, se hai  ti vengono chieste ogni tanto. Quelle cose che, ogni volta che tocca scriverle, mi nascondo sotto il letto e dico: ripassate più tardi. Anzi, non ripassate affatto. 
E se alla biografia devi allegare una foto? Che fai?
Ah, bella l'epoca dei dagherrotipi! Costavano tanto e non c'era sta mania di farsi foto a raffica.
Pure per il mio matrimonio, ogni volta che il fotografo mi puntava avevo una reazione da gatto finito in una vasca d'acqua.
Ma servono davvero? Insomma, che ve ne fate della biografia di uno "scrittore"? E della sua foto? A che vi serve, se non per i riti voodoo? 
Ma io sono una brutta persona, perché poi una sbirciata alle biografie degli autori me la faccio sempre. E riconosco che sono utili, nella misura in cui ti servono a risalire alle loro precedenti pubblicazioni. Ma le foto no, dai. Vorrei fondare la LSA, Lega scrittori anonimi. Ce ne andremo in giro con sacchetti di carta in testa e svilupperemo poteri di psicocinesi giusto per far saltare le telecamere che ci inquadrano. 

Comunque.

Ne stanno succedendo di cose quest'anno. Tipo che mio figlio ha fatto un anno e quasi non me ne accorgevo. Le feste sono finite, ma non l'ho ancora detto all'albero di Natale che se ne sta imperturbabile sul tavolino del salotto. 


Parlando di libri. Sto leggendo La donna leopardo di Alberto Moravia. Si tratta del suo ultimo romanzo, pubblicato postumo, e mi dà una strana sensazione perché la quarta di copertina lo acclama come il suo lavoro migliore e invece a me sembra quello più debole. Ma credo (voglio credere) che sia un difetto dovuto alla mancanza di revisione da parte dell'autore. Però, ecco, è una storia che sembra ferma agli anni Sessanta, pur se scritta negli anni Novanta (e, a rigore, dovrebbe essere ambientata nello stesso periodo) e a pagina 103 c'è questo bell'esempio di collaborazione familiare, quando i quattro personaggi si trovano a dover dormire in una catapecchia lercia e piena di scarafaggi, e uno degli uomini del gruppo ha la geniale idea di ripartire i compiti così:
"Nora e Ada potrebbero mettere un po' d'ordine. Intanto noi due possiamo sederci sotto il portico e magari bere qualche cosa."
Che a me è venuta voglia di entrare nel romanzo e scuotere il tipo. 
E dirgli cose poco carine.
Per questo, dico, mi fa molto anni Sessanta e non so se si tratta di un effetto voluto, però resta una lettura strana. Se l'avete già letto mi farebbe piacere sapere cosa ne pensate.

Chiudo con una nota che è anche un piccolo spot pubblicitario: giusto l'altro ieri è uscita la prima recensione per Il signor W. La trovate sul sito di contornidinoir.it (Cliccate QUI se siete pigri) 

A presto.

Buone letture ♥

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4 gennaio 2016

4 di 366 - 2016 A little way to a new start

Buongiorno lettori e casuali passanti.

Il primo lunedì di un nuovo anno sembra il momento migliore per darsi un nuovo inizio. E dato che questo nuovo anno è pure bisestile, credo sia giusto il caso di apportare un bel mutamento a un po' di cose.

Cominciamo proprio dal blog, sulla cui funzione mi sono interrogata nelle ultime settimane, domandandomi cosa volessi davvero da questo spazio virtuale.

Così, penna alla mano, ho fatto una lista. Be', in realtà non proprio una lista, ma una serie di scarabocchi, mentre il cervello elaborava le domande. Uno di questi scarabocchi, manco a dirlo, era una cosa che poteva assomigliare a un libro. E poi? E poi una parola, che ricorreva senza sosta e che, lo so, suona un po' da megalomani: scrivere. 

E parrà la scoperta dell'acqua calda, - so anche questo, non temete -, ma mi sono ricordata che i miei blog partivano sempre da un presupposto: scrivere per un pubblico. E mi sono resa conto che quello che mi allontanava sempre (davvero sempre) dai blog era quando veniva meno la spontaneità della scrittura. Quando allo scrivere si aggiungevano tanti orpelli che volevano abbellire il mio posticino di parole e che, in realtà, lo trasformavano in una bettola sguaiata dove le parole perdevano peso, si ubriacavano e cadevano addormentate sui tavoli, infiacchite e svogliate.

Ed è seguendo questo ragionamento che sono arrivata a oggi, primo lunedì del nuovo anno, e a questo post. Per dirvi che da oggi il blog cambierà, non troppo, ma il giusto. 
Via le rubriche, che comunque non ho mai avuto la costanza di seguire e che finiscono sempre per incasinarmi la vita. 

Resteranno le recensioni, che snellirò. Ci saranno close-up sui libri che mi avranno colpita di più e articoli vari, quando ne avrò voglia. 

E ci saranno, soprattutto, racconti, ché ho cartelle del pc strabordanti di storie scritte e sepolte e non tutte da buttare.

E questi sono, in sintesi, i miei buoni propositi per questo 2016.


Buone letture ♥

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