27 maggio 2017

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NON ENTRATE IN QUELLA CASA - Breve tour delle case maledette in letteratura



Prima ancora della scoperta del fuoco, dell'invenzione della ruota e degli Dei, l'uomo ha cercato un luogo dove nascondersi, stare al riparo e riscaldarsi.

Dalle grotte alle palafitte, dalle capanne di paglia ai castelli, nel momento esatto in cui siamo scesi dagli alberi, e abbiamo visto che nella savana correvano bestie con troppe zanne e molta fame, ci siamo circondati di pareti, muri e reti che facessero da divisore tra noi e l'esterno. Un esterno che, soprattutto di notte, è da sempre carico di scricchiolii sinistri, sussurri e rumori striscianti.

“Casa” è quel guscio da testuggine che la natura si è dimenticata di darci, un gigantesco guscio di pietre e calcestruzzo con porte dai molti lucchetti posto come difesa tra noi e l'ignoto.

Al riparo tra le sue pareti, davanti al fuoco di un camino, ci sentiamo sicuri. Possiamo rilassarci, ritemprati dal calore della fiamma... Finché qualcosa, alle nostre spalle, non fa muovere una sedia o una tenda. Finché non sentiamo un ringhio sommesso provenire dall'angolo più buio della stanza.
Allora potremmo essere tentati di voltarci, con una torsione lenta per non cedere al panico, e potremmo scoprire che c'è qualcosa di molto grande e peloso e oscuro accucciato in quell'angolo; qualcosa di molto grande che sembra fissarci, con occhi che scintillano di rabbia e aspettativa, riverberando la fiamma che nel camino va, chissà perché, a poco a poco spegnendosi.

Se metterci in posizione eretta e scendere da un albero ci ha reso bersagli facili da predare, è anche vero che, da che abbiamo preso in mano una penna, la casa è diventata quel luogo in cui starsene contemporaneamente al riparo e in trappola.

I racconti dell'orrore migliori hanno sempre un edificio dal quale partire e nel quale ritornare, un porto-non-così-sicuro che è impossibile lasciare. Che crea su protagonisti e lettore una fascinazione occulta, una irresistibile attrazione.

Nel caso stiate pensando di cambiare dimora, lasciate pure che vi mostri le offerte più allettanti sul mercato letterario. Case che vi si offrono a un prezzo stracciato, purché siate disposti ad accettare qualche piccolo, piccolissimo, “effetto collaterale”.

Benvenuti nel (primo di N) tour delle case maledette in letteratura. Pulitevi le scarpe sullo zerbino, prima di entrare.


LOTTO NUMERO 1 
LE SIMBIONTI

Se c'è una cosa che le pareti sanno fare dannatamente bene è assorbire gli umori, gli odori e le personalità di chi le occupa.
Sia che si tratti di semplice arredamento che di costruzioni ex novo, ciascuno di noi mette nella casa che va ad abitare una parte di sé, della propria personalità, dei propri interessi.

Questo rapporto di “comunione” e simbiosi tra luogo e abitante lo troviamo già nel noto La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe. Qui la casa, scelta dal principe Prospero come rifugio contro l'avanzare della Peste, è in realtà un'abbazia abbandonata e fortificata. L'edificio immaginato da Poe si sviluppa in una teoria di sette stanze a corridoio, ciascuna delle quali ha un proprio colore alle pareti e alle finestre. Solo l'ultima stanza non rispetta il canone e sulle pareti, ricoperte da pesante velluto nero, si aprono finestre dai vetri di un intenso colore scarlatto. Colori sui quali grava un senso di oppressione e minaccia; colori che richiamano la Morte Rossa, che dell'abbazia è la vera proprietaria, perché è da lì che il morbo ha cominciato a trascinarsi per la città. Ed è lì che farà ritorno.


Sempre di Poe è la dimora-simbionte più nota: quella villa Usher che si mostra al narratore all'inizio del racconto La caduta della casa degli Usher con quella crepa che ne percorre la facciata e che segna l'impossibile unione, la necessaria separazione tra Roderico e Madeline. Alla morte dei due la villa, già sottoposta a una sorta di decadimento strutturale gemello al decadimento progressivo di Madeline e Roderico, si disgrega, quasi a voler proteggere sotto le sue macerie il morbose segreto dei fratelli Usher.


Come pure morbosa è la forza che attira Eleanor Vance a Hill House [recensione], villa che la seduce e ne sollecita le facoltà più nascoste. Come due amanti, Eleanor e la villa sono creature omogenee per storia e per solitudini.
Nel suo romanzo la Jackson porta sulla pagina una tra le dimore maledette più conturbanti della letteratura, una casa “contorta” come contorta è la mente di colui che l'ha creata. Una casa che già nel suo aspetto si mostra arcigna, grottesca e arrabbiata con il mondo. Hill House è una casa che non accoglie ma respinge e la Jackson, in un parallelo che si paleserà solo sul finire del racconto, fa in modo che Eleanor abbia nei confronti della villa la stessa impressione che il lettore avrà nei suoi confronti, mano a mano che la storia carambolerà verso il suo culmine di follia e disperazione.



Questa simbiosi tra casa e mente del protagonista è elemento centrale anche in Casa di Foglie di Mark Z. Danielewski [recensione]. In questo enorme lavoro di scissione delle storie, di ricostruzione e decostruzione fatto di pagine colme di note e citazioni apocrife, l'irraggiungibile casa di Ash Tree Lane, con la sua misteriosa quadridimensionalità, con quelle stanze di nero fitto che si aprono e si snodano in un dedalo insondabile e che tuttavia non altera la planimetria della casa, non è altro che un alter ego, una concretizzazione della mente umana soggetta alla schizofrenia. Grazie alla villa di Ash Tree Lane Danielewski mette in mostra il vilupparsi incomprensibile e intricatissimo dei pensieri di una mente malata; pensieri che scavano ed espandono il cervello senza che ciò provochi un mutamento della fisionomia dell'individuo, che dentro, tuttavia, si riempie gradualmente di oscurità.


Più classica e meno psicologica, ma pure misteriosa, ricca di segreti e di silenzi è Malpertuis la dimora di Cassave che qui, nel momento di lasciare il mondo, decide di seppellire vivi i suoi eredi [recensione]. Malpertuis è una vera e propria dimora malefica, instabile e irridente quanto il suo proprietario. Una dimora il cui potere straborda dalle mura e “aggredisce” la città sulla quale è stata edificata. Malpertuis, villa che è difficile trovare e nelle cui pozze d'ombra si rintanano creature misteriosissime, è il modellino perfetto di una casa maledetta. La cui storia si perde in un passato che non è dato esplorare e i cui poteri penetrano a fondo nelle radici della città.


La stessa energia negativa, assorbita da coloro che l'hanno progettato e costruito, promana dal Bramford, storico palazzo nel cuore di Manhatthan del quale Rosemary Woodhouse [recensione] si innamora tanto da decidere di rinunciare alla caparra già data per un appartamento più modesto, pur di non lasciarsi scappare l'occasione. 
Un innamoramento totale che però, progressivamente si deteriora, mano a mano che la vita di condominio si fa più soffocante, i vicini invadenti e gli androni troppo bui e pieni di sussurri. Finché il grazioso appartamentino si trasforma in una prigione dalla quale Rosemary non può e non vuole fuggire, perché significherebbe rinunciare a una parte importante di se stessa. Come Rosemary, il Bramford è un edificio ipocrita. Una struttura che finge un'accoglienza e un'ospitalità che non è seriamente disposto a offrire.

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Per quest'oggi il tour è concluso. Se anche una soltanto delle dimore mostrate è stata di vostro gradimento, passate nell'area commenti. Sono certa che non vedete l'ora di prenderne possesso.

Tuttavia, se desiderate visitare altri luoghi come questi, vi consiglio di non perdervi le prossime visite: ho un mazzo di chiavi ben fornito, e tante, tante porte da schiudere solo per voi.

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About. Appassionata lettrice, nonchè abituale frequentatrice di mercatini, biblioteche e altri luoghi polverosi, vado a caccia di libri muffiti e storie dimenticate. Ho scritto per Kipple, LaPiccolaVolante, Hypnos, Altrisogni e DelosDigital. Mi occupo di narrativa (di genere e non) e delle stranezze del passato.
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1 commento:

  1. sicuramente un post al quale viene una gran voglia di legare un sogno on the road...

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