21 aprile 2017

L'INCUBO DI HILL HOUSE – Shirley Jackson

A volte uno dice: il destino. Mentre scrivo questa recensione, infatti, Netflix annuncia di aver messo in cantiere la produzione di una serie, suddivisa in due stagioni, tratta proprio da The haunting of Hill House. A capo del progetto ci sarà Mike Flanagan, già regista e autore di Oculus, Il terrore del silenzio e Ouija.
E allora tocca proprio parlare di questo romanzo, il mio primo Shirley Jackson, terminato mentre mi riprendevo dalla pasquetta. 

Come Malpertuis, L'incubo di Hill House [tit. or. The Haunting of Hill House - 1959], tradotto in Italia anche con il titolo La casa degli invasati (per questo vezzo tutto nostro di dover dare trenta titoli diversi a un romanzo e incasinare i lettori con le edizioni), fa parte del mio personale tour delle case infestate.
Un tour che si sta dimostrando profittevole sotto molteplici aspetti, devo dire.




Hill House è un modellino in scala di una psicosi; il romanzo della Jackson è un'opera che si sviluppa come un'onda: da un inizio lento, per quanto narrativamente incisivo, esplode in un aggrovigliarsi di emozioni, suoni, deliri e orrori e poi torna, nel paragrafo finale, a quella stessa quiete dell'esordio, quando ormai tutto è concluso, gli ospiti vanno via e Hill House rimane, monolite della disperazione, fissa al centro delle colline che la circondano e la tengono a distanza.

Che Hill House sia una dimora “cattiva” e dalla quale stare alla larga la Jackson ce lo dice sin dall'inizio, con un incipit saldo come una pietra di fondazione. Non ci irretisce, non fa nulla per convincerci a entrare. Ci dice: state per varcare la soglia di un incubo.
Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant'anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta.” [L'incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. Monica Pareschi, Adelphi, 2016, p. 9]

Questo incipit è una folgorazione e ha ragione Stephen King, che alla Jackson rende omaggio in più di una sua opera, quando in Danse Macabre scrive: “Io credo ci siano pochi, forse non ve ne sono affatto, brani descrittivi così eleganti nel linguaggio inglese; parole che trascendono le parole, parole che costituiscono un totale ben superiore alla somma delle parti”.
Ora, io non ho letto il romanzo in lingua, ma la stessa impressione la si ricava affrontando l'ottima traduzione di Monica Pareschi.
Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.” [L'incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. Monica Pareschi, Adelphi, 2016 p. 9]

Bastano poche parole, e di Hill House sappiamo già tutto. Di più: bastano poche parole e il terrore è già dato. Nessuno, dopo aver letto questo inizio, accetterebbe di entrare in quella villa.

Eppure, nonostante l'avvertimento, qualcuno decide di varcare l'imponente soglia di Hill House. Si tratta di un uomo, un antropologo, il professore Montague che, affascinato dalla negatività che la villa trasuda, decide di condurvi un esperimento. Un esperimento che con l'antropologia non ha nulla a che vedere perché Montague, che ha sposato una “sensitiva”, è affascinato dagli ESP, le percezioni extrasensoriali. 
Così, durante le vacanze estive Montague affitta la villa e vi invita degli sconosciuti perché gli facciano da assistenti, recuperando i loro nomi dagli archivi degli istituti di parapsicologia.


È così che vengono ingaggiate Theodora detta Theo e Eleanor “Nell” Vance, mentre Luke Sanderson viene cooptato a Hill House dalla zia, che della villa è la proprietaria, perché il nipote metta un po' di giudizio e si eviti la prigione. A questi si aggiungeranno Mrs. Dudley, la signora Montague e Arthur, elementi minori che contribuiranno alla rovina totale della “povera scialba Nell”.

Dei quattro, Eleanor è la vera protagonista; è su di lei che la Jackson si concentra, è lei che la casa vuole e chiama. Vissuta per undici anni al capezzale della madre invalida, Eleanor ha trentadue anni e nessun posto dove andare. Vive ospitata dalla sorella, che si mostra un alter ego della madre: egoista e indifferente, alimentata da quel guizzo di cattiveria che a volte plasma i rapporti tra sorelle.

Nella costruzione dei personaggi la Jackson dimostra ulteriormente la propria abilità come narratore. Sia che si tratti di figure minori, poco più che figuranti, sia che si tratti dei protagonisti, la Jackson delinea in maniera incisiva le diverse personalità, dà loro forma e sostanza. Li rende vivi e reali, trasformandoli da personaggi a persone. Ed è proprio per questo, probabilmente, che la reazione del lettore nei loro confronti è tanto accesa. Per tutto il romanzo ho mal sopportato Eleanor, pur riconoscendo l'importanza di una simile caratterizzazione ai fini della storia. Se non mi fosse apparsa tanto vera, non avrei provato verso di lei lo stesso astio, unito al desiderio di offrirle aiuto.
Pace, pensò Eleanor, realisticamente; quello che voglio in questo momento è pace, un angolo tranquillo dove distendermi a pensare, un angolo tranquillo tra i fiori per poter sognare e raccontarmi storie dolcissime”. [L'incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. Monica Pareschi, Adelphi, 2016 p. 184]

Per Eleanor la lettera del professor Montague è un'epifania: qualcuno la vuole, vuole proprio lei. Al rifiuto, all'ottusa indifferenza della famiglia si contrappone il desiderio espresso da uno sconosciuto; uno sconosciuto che le sta aprendo le porte di una villa, dove lei avrà diritto a una stanza tutta per sé e non a una squallida brandina in un angolo di una casa che non le appartiene.
Senza aver mai davvero scelto di diventare timida e schiva, aveva trascorso tanto tempo sola, senza nessuno da amare, che le riusciva difficile parlare con qualcuno, anche del più e del meno, senza impaccio e una imbarazzante incapacità di trovare le parole” [L'incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. Monica Pareschi, Adelphi, 2016 p. 12]

Il parallelo tra Eleanor e Hill House è già tracciato. Sole entrambe, la villa e la donna, che ha trentadue anni ma ne dimostra quindici per carattere, tra le due si crea un legame che non attecchisce subito, ma si sviluppa nel corso di una settimana che sembra durare mesi.
Non a caso la Jackson ci descrive il lungo viaggio di Nell da casa alla villa, i piccoli impacci di una donna che non ha mai avuto davvero la libertà, quella libertà che si è invece presa la sorella, soffocandola sotto il peso della madre invalida per costruirsi la propria vita in autonomia.

Nella villa, Eleanor ha modo di sviluppare se stessa. Sola, ha finalmente la possibilità di affrontare gli altri. Di costruirsi, come la donna che vorrebbe essere.
Nella villa Eleanor incontra Theodora. Tanto Nell è impacciata, tesa e come rattrappita quanto Theo è sfacciata, libera e impudente. Tra le due, così diverse, si crea un'amicizia che Eleanor, non abituata ai rapporti con gli altri, non riesce a gestire; un rapporto dentro il quale rovina, innamorandosi di Theo prima, odiandola poi perché non ne capisce i comportamenti, perché non ha l'esclusiva del suo affetto e delle sue attenzioni.
Vissuta in una solitudine claustrale, priva di svaghi, di ore da dedicare a se stessa, Eleanor ha dimenticato completamente com'è essere felici; si rifugia così nell'introspezione, nell'analisi minuziosa delle proprie azioni e parole; nell'autopsia dei gesti, delle esclamazioni e delle allusioni altrui. 
Come Hill House sembra riflettere incessantemente su se stessa, così accade a Eleanor che finisce per isolarsi dal gruppo, pur volendo disperatamente farne parte.



Gli elementi della follia di Nell sono disseminati dalla Jackson con cura per tutto il romanzo. Quando, ad esempio, il professor Montague parla della villa ai suoi “assistenti”, e nomina la morte della vecchia proprietaria provocata, secondo alcuni, dalla negligenza della sua dama di compagnia, Eleanor, che ha vissuto un'esperienza simile con sua madre, si trova a immedesimarsi suo malgrado con la donna. È un'immedesimazione involontaria ma totale, tanto che per tutta la storia proverà una crescente repulsione/attrazione per la torre della biblioteca, dove la povera dama si suicidò.

Come Eleanor, anche Hill House soffre un proprio squilibrio. È uno squilibrio architettonico, voluto dal suo stesso progettista e proprietario: Hugh Crain.
Crain fa in modo che gli angoli di Hill House non siano mai del tutto dritti; le pareti curvano impercettibilmente, così le scale e i pavimenti. La casa ha una planimetria a chiocciola e per muoversi da una stanza all'altra è necessario conoscerne la mappa, ma le inclinazioni della struttura provocano negli abitanti un disorientamento tale che spesso, pur conoscendo l'esatta ubicazione delle stanze, è impossibile raggiungerle.
Quello squilibrio è qualcosa che Crain porta dall'interno all'esterno, dalla sua mente alla casa: una mente disturbata, come dimostra il diario che Luke recupera dalla biblioteca, e nel quale l'uomo lascia alla figlia una serie di precetti di buona condotta vergati con il sangue.

In tutto questo le apparizioni, i tratti “soprannaturali” della casa, che pure ci sono, assumono un'importanza del tutto peculiare. Ciò che accade a Hill House, resa folle dalla solitudine e dall'isolamento, potrebbero essere emanazioni del rancore e del dolore di Eleanor stessa che la casa prima suscita e poi amplifica. Le risate che sbocciano nel cuore della notte, i colpi ripetuti contro le porte, l'impressione che la casa stia per cedere sotto un peso che nessuno conosce, che nessuno comprende, e che è il peso della solitudine. Di una tristezza tanto profonda e tanto piena che schiaccia e annichilisce chiunque abbia la sfortuna di rimanervi intrappolato.
Era una casa disumana, non certo concepita per essere abitata, un luogo non adatto agli uomini, né all'amore, né alla speranza.” [L'incubo di Hill House, Shirley Jackson, trad. Monica Pareschi, Adelphi, 2016 p. 38]


Bonus track
Da The Haunting of Hill House sono stati tratti due film:
Nel 1963, pochi anni dopo la pubblicazione del romanzo, viene proiettato per la prima volta Gli invasati, per la regia di Robert Wise (La Iena, West Side Story). Sebbene con alcune differenze, il film di Wise si può considerare una buona trasposizione cinematografica del romanzo della Jackson.

Nel 1999 Jan de Bont (Twister, Tomb Raider – La culla della vita) si accolla invece la regia di Haunting – Presenze. Nonostante un cast d'eccezione il film, che all'inizio prevedeva la presenza di Stephen King alla sceneggiatura e di Spielberg alla regia, ha poco o nulla da spartire con l'opera originale, rispetto alla quale prende una deriva decisamente più soprannaturale.

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4 commenti:

  1. Devo assolutamente recuperarlo!

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  2. Splendida recensione. Avrei tanto voluto recensirlo anche io, ma non sono riuscita a trovare le parole.
    Il parallelo tra Nell e la casa è azzeccatissimo, e non mi era venuto in mente mentre leggevo.

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  3. Fino a non molto tempo fa ero convinto che il mio primo e unico libro della Jackson fosse "Abbiamo sempre vissuto al castello"... poi, frugando tra le mie vecchie ciarabattole, infognate a casa di mia mamma, ho riesumato quella vecchia edizione Urania Mondadori intitolata appunto "La casa degli invasati", che avevo letto a vent'anni e poi dimenticato.
    Se solo me ne fossi accorto prima! Mi sarei risparmiato l'acquisto di questa nuova edizione Adelphi.

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  4. La tua recensione è straordinariamente interessante *_* Il romanzo mi è stato consigliato più volte, è un altro dei titoli "da leggere" XD
    Ti dirò che la Nell già mi sta particolarmente simpatica :O Empatia preventiva, credo! :D
    Brava brava! *_*

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