25 marzo 2017

Scrivere è un mestiere pericoloso. Terza parte: SCRITTORI CHE LA FANNO FINITA

Dopo la pausa Ewersiana, torniamo a occuparci di cose serie, e cioè del perché l'OMS dovrebbe impegnarsi per fare campagne di dissuasione dalla scrittura.

Ora. Nella casistica delle cause di morte tra gli scrittori, pare che il suicidio sia secondo solo all'infarto. E non è, probabilmente, un caso.

Posate per un istante la penna.

Date retta ad alcuni di coloro che non sono riusciti a fermarsi in tempo.

Quello che fluisce dalla stilografica non è inchiostro: è il nostro sangue.



JAN POTOCKI (1761 – 1815)
Jan Potocki fu uomo politico e diplomatico. Viaggiò molto e lasciò a noi posteri quella bella opera che è il Manoscritto trovato a Saragozza. Il Manoscritto è una inception letteraria nella quale il protagonista, Alfonso van Worden, si trova ad affrontare in sessanta giornate altrettanti risvegli sotto una forca, mentre ogni volta incontra un personaggio diverso che gli racconta la sua storia. Che lui ha fretta ma niente: vieni qui, amico mio, che ho questo fiume di parole nel quale annegarti.
Un uomo capace di siffatto scritto non poteva, ovviamente, scegliere di lasciare il mondo senza un guizzo di elaborata genialità dando inoltre, oserei dire, prova di un pervicace desiderio di morte.
Depresso forse proprio a causa della fine del suo lavoro più importante (il Manoscritto in versione integrale è datato 1813), un bel giorno Potocki spicca dalla sua teiera una fragola d'argento. La lima minuziosamente e, una volta adatta alla canna della sua pistola, la usa per dare il suo addio al mondo. Che non è un bel modo per salutare la vita ma, di certo, originale.


JOHN WILLIAM POLIDORI (1795 – 1821)
Figlio del segretario di Vittorio Alfieri e di una governante, Polidori si laureò in medicina, divenendo il medico personale di Lord Byron e, proprio in qualità di medico, si ritrovò alla famosa Villa Diodati dove, una notte di tempesta, nacquero sia il suo Vampiro che Victor Frankenstein.
Succede poi che, nel 1819, non solo Il Vampiro viene pubblicato sul New Monthly Magazine senza il suo permesso, ma inoltre la paternità dell'opera viene attribuita a Byron, che Polidori in redazione nessuno sapeva chi fosse.
Tuttavia al priore di Amplefoth deve comunque giungere voce sulla verità attorno al racconto e così quando, pressato da una certa vocazione religiosa oltre che da certi debiti, Polidori chiede di poter intraprendere la carriera ecclesiastica, il prelato gli risponde picche facendo gesti poco carini.
Depresso e angosciato, dopo aver scritto il poema religioso The Falls of the Angels, a Polidori non resta che brindare all'insensatezza della vita con un cocktail di cianuro. Prosit.


EMILIO SALGARI (1862 – 1911)
Un po' la risposta italiana a Edgard Rice Burroughs, Emilio Salgari è uno di quegli autori che andrebbero approfonditi a parte, e non è detto che non accadrà, in futuro.
Ed è anche la controprova di quanto, ancora meglio del crimine, la scrittura (e la scrittura di genere) non paghi.
Almeno in Italia.
Autore prolifico di romanzi d'avventura e di curiosi esordi fantascientifici, Salgari chiude i conti con la vita con un attivo di ottanta romanzi e più di un centinaio di racconti scritti in poco meno di trent'anni.
Nonostante la rapidità di scrittura, non voluta ma pretesa dalle case editrici con le quali firmò contratti capestro per sostenere le spese della famiglia e delle cure per la moglie, progressivamente sprofondata nella follia, Salgari ci ha regalato (letteralmente) personaggi del calibro di Sandokan, il Corsaro Nero e sua figlia Jolanda. Ormai vere e proprie leggende.
Sfruttato all'inverosimile, pieno di debiti, con una moglie amata ma sempre più vicina al manicomio e quattro figli piccoli a cui badare, Salgari tenta il suicidio una prima volta nel 1909, gettandosi su una spada. Viene salvato dalla figlia Fatima e, per un po', torna a stringere i denti.
Ci vorrà il ricovero della moglie Ida, ormai non più gestibile, per annichilirlo del tutto.
Il 25 aprile 1911 lascia tre lettere, nelle quali dà indicazioni su dove recuperare il suo cadavere, e parte in autobus con un rasoio in tasca. Si fa lasciare dalle parti di Villa Rey e lì, nel chiarore dell'alba, dopo aver mandato a fare in culo i suoi editori*, si suicida squarciandosi gola e ventre.
I funerali, celebrati al Parco del Valentino, verranno disertati perché, in quegli stessi giorni, a Torino ci si preparava per il mezzo secolo dell'Unità d'Italia e andare per funerali pareva brutto .

*Questo è il messaggio d'addio che Salgari lasciò agli editori. Consiglio di farne quadretto a punto croce, incorniciarlo e appenderlo accanto alla scrivania:
A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.


ROBERT ERVIN HOWARD (1906 – 1936)
Tra i membri del gruppo il più giovane. Trent'anni appena. Ma, pur nella sua breve vita, Robert E. Howard è stato in grado di lasciare a noi posteri una quantità abnorme di racconti e romanzi tra heroic fantasy, horror, weird e western.
Howard ha saputo dare vita a personaggi che hanno varcato i confini del tempo, divenendo delle vere e proprie icone come il cimmero Conan, Kull e Solomon Kane.
Sua madre Hester, alla quale Howard fu sempre molto legato, ebbe una profonda influenza su di lui, sia trasmettendogli la propria passione per la letteratura e la poesia, sia incoraggiandolo con la scrittura. 
Sul finire degli anni '30 Roberto Howard cominciò una fitta corrispondenza con Lovecraft, divenendo ben presto uno dei membri di diritto del “Lovecraft Circle”.
Quella di Robert E. Howard sembrava dunque una carriera destinata alla deflagrazione, finché non arriva il 1936 che si mette di traverso e fa inciampare il nostro autore.
Per Robert cominciano i problemi, da quelli economici (ritardi nei pagamenti da parte di Weird Tales) a quelli sentimentali. L'horror vacui prende il sopravvento. Bussa e ribussa alla mente del nostro che ha da poco varcato la soglia dei trent'anni, trovandosi davanti qualcosa che assomiglia spaventosamente a un burrone.
Nel frattempo le condizioni di Hester, da tempo malata di tubercolosi, peggiorano. La donna che rappresentava il suo centro fisso è una roccia sul punto di franare.
È presumibilmente a quel punto che Howard decide di anticipare la frana. Alcune settimane prima del suicidio mette in ordine le sue carte, dà istruzioni al suo agente in caso di morte, si fa prestare una Colt e acquista una tomba di famiglia.
Tra il 10 e l'11 giugno le condizioni di Hester si aggravano e la donna scivola nel coma. Dopo aver ricevuto dall'infermiera che l'assiste l'assicurazione che sua madre non riprenderà più conoscenza, Howard esce di casa, raggiunge la macchina, si siede alla guida, prende la pistola e si spara.
Morirà otto ore dopo. Sua madre lo seguirà il giorno seguente.
Arrotolato al rullo della sua macchina da scrivere verrà ritrovata la sua ultima nota; alcuni versi tratti da La casa di Cesare di Viola Garvin:
All fled, all done, so lift me on the pyre;
The feast is over and the lamps expire”.
(Tutto è fuggito, tutto è compiuto, perciò ponetemi sulla pira;
la festa è terminata e le torce sono spente)


ROBERT HAYWARD BARLOW (1918 – 1951)
Altro membro del “Lovecraft Circle” nonché amico di Robert E. Howard; Robert H. Barlow fu, prima ancora che scrittore, antropologo, storico specializzato nella storia coloniale del Messico, esperto del linguaggio Nahuatl e responsabile del dipartimento di Antropologia del Messico City College.
Sebbene al suo attivo abbia una manciata di racconti di genere e altrettante poesie, è come amico di Lovecraft che Barlow assume una certa rilevanza, sia in quanto principale dattilografo dei suoi manoscritti sia nella veste di esecutore testamentario alla sua morte.
Il 2 gennaio 1951, a seguito di uno screzio con uno studente, e terrorizzato dalla possibilità che questi ne denunciasse l'omosessualità a colleghi e superiori, Barlow si chiude a chiave nella sua camera e si suicida con un'overdose di barbiturici, non prima di aver lasciato appeso alla porta della stanza un cartello che recita, in pittogrammi Maya: “Do not disturb me. I want sleep a long time” (Non disturbatemi. Voglio dormire per molto tempo.)


JAMES TIPTREE JR. (1915 - 1987)
(AL SECOLO ALICE BRADLEY SHELDON)
Fino al 1977 non si sapeva molto su James Tiptree Jr., se non che il suo nome richiamava una nota marca di marmellate e che le sue opere di fantascienza erano venate da una cupa e onnipresente melodia di morte.
Una volta scoperto che dietro uno pseudonimo maschile si celava Alice Sheldon, non ci furono comunque incidenti di sorta, se non qualche imbarazzo in autori che, nel fare da curatori ad antologie, avevano dato per scontata la sua appartenenza al sesso forte.
Tra le sue opere più belle e facilmente rintracciabili in Italia, ...e sarà la luce!, storia di rimorso e di molto amore su un mondo incontaminato divenuto riserva planetaria, dopo le razzie e le crudeltà nei confronti dei suoi abitanti compiute nel passato. Con una struttura narrativa che a tratti richiama i Dieci piccoli indiani della Christie, …e sarà la luce! È anche quel romanzo di fantascienza che racchiude e meglio espone le tematiche più ricorrenti in James Tiptree Jr., quali l'ecologia, l'amore, il sesso e la morte.
Malata da tempo e desiderosa di terminare la sua vita prima di non poter più provvedere a se stessa, la Sheldon scrisse la sua lettera di addio anni prima del suicidio, arrivando a stipulare con Hungtington, suo marito, un patto.
Infine, il 19 maggio 1987, poco prima dell'alba, prende la sua pistola e spara nel sonno a “Ting” ormai cieco e non più autosufficiente, ponendo fine al dilemma che le aveva impedito, undici anni prima, di chiudere la sua partita con la vita. Subito dopo telefona al suo avvocato e gli comunica quanto sta per fare. Quindi si sdraia accanto al marito, gli prende la mano e si spara un colpo alla tempia. Entrambi i corpi verranno ritrovati così: mano nella mano. 
Perché la morte non separasse ciò che la vita aveva unito.
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[Disclaimer. Il tono leggero del post non vuole assolutamente minimizzare la tragedia che sta dietro ogni suicidio o tentato suicidio ma, anzi, vuole porre in luce quanto spesso gesti che appaiono improvvisi siano a lungo sofferti e ponderati.]

Chi vuol commentare, lo faccia senza paura.

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1 commento:

  1. Post interessante, anche se mi dispiace per i poveri autori.
    Una volta avevo scritto un post pensando che gli autori, anche se noi li adoriamo, magari sono persone normalissime o anche meschine. Molti che sono ritenuti geni hanno vissuto vite segnate da droga o altri eccessi, quindi mi chiedevo: se fossero stati più 'tranquilli', avrebbero lo stesso avuto quel genio nello scrivere?
    Ancora non so rispondermi.

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