29 aprile 2013

Il senso della frase. Andrea G. Pinketts. LaRecensione

Ci sono libri che, una volta letti, non riesci a dimenticare. Altri che, una volta letti, non riesci lo stesso a dimenticare perché troppo orrendi. Di questi ultimi parleremo un'altra volta perché capitano, ah, se capitano!, libri che dalla cantina finiscono dritti tra le zanne dei mostrilli sordidi che fanno campeggio qua sotto.
Il senso della frase, invece, si ritaglia un posto d'onore tra gli scaffali più alti della cantina, lontano dalla polvere e dall'umidità e dai topi (anche se quelli si arrampicano, ed essendo buongustai vuoi impedirgli di addentare un romanzo così succulento?).
Scritto da Andrea G. Pinketts 

personaggio che, mi vergogno immensamente a dirlo, così lo sussurro fino a qualche settimana fa conoscevo solo come comprimario di Mistero! e che ho avuto l'onore di incontrare al Giallolatino. Sempre di sfuggita perché io mi sono presentata con la simpatia delle prime della classe e lui era troppo impegnato a fumare e sudare in un teatro che l'amministrazione comunale aveva reso orfano di aria condizionata e di finestre.

Dicevamo, dopo il primo post sulle robe di criminali che ho ammucchiato nel baule della criminologia (qui) mi sono detta che dovevo leggere qualcosa di Pinketts, non fosse altro perché la curiosità va coltivata e non zittita. Preso dalla biblioteca comunale e divorato in due giorni, Il senso della frase è stato una freccia di Cupido scagliata dritta nel mio cuore di lettrice.

Autore: Andrea G. Pinketts
Titolo: Il senso della frase
Editore: Feltrinelli
Pag. 248
Anno: 2006 (1995 prima ed)
Genere: giallo/noir/pulp
Tipo: romanzo
Prezzo: 8,50€
ISBN 978880781336

La prosa di Pinketts, è un gioiello di italiano, e il suo noir/pulp un qualcosa che, non avendo aggettivi a disposizione, sifona il lettore alla grande.
Pinketts ha la capacità di plasmare le parole che poche e rare persone possiedono (per esempio, un altro plasmatore era Bukowski); detta in parole grezze: Pinketts è un sacerdote della parola, la crea e la distrugge, la rielabora e la spiaccica, la modella a suo piacimento. Leggendo il romanzo in questione ti sembra di avere tra le mani una gomma da masticare di quelle che non appiccicano, la stiri e riappallottoli e mastichi senza riuscire a sputarla via. E perché dovresti, dato che è una gomma che non perde mai sapore?
La trama è di quelle che non hanno un riassunto soddisfacente, dato che segue più strade, scivola in rivoli senza uscita, ritorna indietro. Ma dovendo dare una minima indicazione vi basti sapere che, tra le altre cose, una delle strade principali è rappresentata da una ricerca. La ricerca di Niki,una bugiarda patologica che forse è morta, forse è stata uccisa, o forse sta solo fingendo di essere morta. Il protagonista, Lazzaro Sant'Andrea, neo-trentenne dalla lunga adolescenza ancora in corso, modello occasionale, occasionale giornalista e improvviso detective senza portafoglio si auto-incarica della ricerca. Attorno a lui, in una Milano che riesce a essere perfino bella, si muovono i suoi amici Pogo il dritto, Carne, Caroli, una sociologa ninfomane e la sua cugina pazza, una pornostar, una sosia delle bugie di Niki, e assassini su pattini a rotelle.
Lazzaro Sant'Andrea non è solo una creatura di Pinketts, ma è Pinketts stesso, il suo eteronimo, la sua identità cartacea. E uno dei migliori personaggi mai letti fin'ora.

Un romanzo che è bello, senza altro da dover aggiungere.

I mostri della cantina giudicano così questa lettura:


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