24 dicembre 2016

Racconto di Natale

Come da tradizione che andiamo a inaugurare proprio oggi, vi auguro Buon Natale e un sereno 2017 con un racconto che di natalizio ha ben poco e che avevo scritto per questo concorso QUI, ma poi ho lasciato perdere perché bisogna sempre sapere quando è il caso di rinunciare. 
L'illustrazione che accompagna la storia è invece di Emiliano Billai, e altre sue illustrazioni, non-natalizie e meno, potete trovarle QUI 

Ci rileggiamo l'anno prossimo!
Federica

La prima delle sette morti del Claus - © Emiliano Billai



Buon Natale, nonno. 
racconto di Federica Leonardi

Qualcuno aveva impiccato un Babbo Natale di plastica al cancello d'entrata. La pelle era giallastra, spaccata in più punti; parte della barba si era staccata dalla guancia e solo un filo di colla impediva all'occhio destro di rotolare nel chiusino infestato dalle foglie. Doveva essere morto da un bel po'.


Un abete rachitico si nascondeva nell'angolo più remoto del piazzale. Per sfregio gli avevano stretto attorno ai rami anoressici due ghirlande di pagliuzze colorate che il vento faceva frusciare senza sosta. Un bolo di desolazione ristagnava in quel luogo. Un boccone che non andava da nessuna parte, che non si riusciva a digerire né a sputare.

Matteo infilò le mani nelle tasche del giubbotto e si avviò verso la portineria. Il vento tagliente aveva spazzato via dal cortile ogni desiderio di stare insieme, pure qualcuno, nascosto in un angolo, bisbigliava e univa ai sussurri risatine nervose. «Non qui, potrebbero vederci.» «È Natale, no? Se ci vedono gli fai un regalo.» Una zip che scendeva, un fruscio di abiti, ancora risate e lo schiocco di baci. Senza fermarsi, senza voltarsi, Matteo si strinse nelle spalle e raggiunse la porta principale.

Come immaginava, non c'era nessuno. Nessuno fermo sulle poltroncine vecchie e impolverate. Nessuno dietro il bancone. Un faretto al neon fibrillava pieno di speranza nella solitudine generale. Dal refettorio provenivano risate sguaiate e giovani, mescolate all'odore limaccioso di vino cupo e denso. Matteo si appoggiò al bancone. Sapeva dov'era la camera di suo nonno, non avrebbe dovuto neanche passare da lì per raggiungerla. Pure, non riusciva a muoversi. Si domandò dove fossero tutti gli altri, gli ospiti ai quali erano concessi tre pasti al giorno e pietosa indifferenza. Rinchiusi nelle rispettive camerette? Lasciati, come sempre, ad attendere con pazienza una visita dei parenti? O di chi?

Le voci che si rincorrevano nel refettorio erano sempre meno comprensibili, mano a mano che il vino le ingarbugliava. Era tentato di entrare lì dentro, all'improvviso, provocando imbarazzo e fastidio. Ma non si mosse. Alle sue spalle una porticina cigolò e la voce, che poco prima rideva nervosa e imbarazzata, gli domandò: «È da tanto che aspetti?» Una mano si posò gentile sulla sua spalla. Matteo ne avvertì il peso leggero e rapido. Scosse la testa mentre la suora prendeva posto dall'altro lato del bancone.
«Sei venuto a trovare tuo nonno?»
Annuì.
Suor Clara, ora la riconosceva, nonostante il volto più rosso del solito e il ricciolo di capelli scuri che le sfuggiva dalla cuffia, arricciò le labbra color malva. «Sei un bravo ragazzo» mormorò mentre prendeva una cartellina e lo invitava a seguirla.
Matteo non le rispose. Da parecchio tempo sapeva di non essere né un bravo né un cattivo ragazzo. Era solo un ragazzo vivo, e vuoto. E il vuoto non poteva essere buono, né cattivo. Solo esistente.
L'anno precedente, forse, avrebbe potuto essere diverso. Allora suo nonno era ancora suo nonno e non un vecchio scheletro ricoperto di pelle. Era ancora voce e bestemmie. Eppure quel natale lo aveva trascorso da solo, completamente abbandonato. Lui lo aveva visitato per mezz'ora, forse meno. Aveva intascato il denaro che il vecchio gli aveva regalato e se ne era andato in fretta, senza voltarsi indietro, senza neanche aspettare che lui chiudesse la porta della vecchia casa. Era stato l'ultimo natale che avrebbero potuto passare insieme. E non era successo niente, pensò mentre suor Clara apriva la porta della cameretta singola, facendo uscire un fiotto di vapore caldo dalla stanza. «Dorme molto ormai» bisbigliò precedendolo.

Stava disteso sul letto, e il materasso era stato inclinato perché non soffocasse. Una maschera, collegata a una bombola di ossigeno, gli copriva metà del volto. Niente voce, ricordi o imprecazioni. Adesso suo nonno era solo rumore di polmoni che si riempivano e svuotavano. Un mantice logoro, pieno di crepe. Suor Clara si avvicinò al lettino e lo scosse un po'. Matteo abbassò lo sguardo per non vedere la spalla premere sotto il pigiama leggero. Avrebbe potuto contare ogni singolo osso di quel corpo senza temere di sbagliare.
«Piero, c'è tuo nipote.»

Le palpebre di suo nonno si sollevarono, piano, come se fossero troppo pesanti, come se avesse paura di lacerarle. Sotto c'erano occhi grigi, color acciaio, che gli si forarono la faccia come proiettili.

C'era odore di urina nella stanza. Di urina, sudore e rimpianto. C'era un odore che Matteo aveva imparato a conoscere da poco, ed era quello del dolore, del rimorso. Attese che suor Clara ebbe finito di sostituire la sacca collegata al catetere e controllato la bombola di ossigeno. «Puoi sederti lì» e gli indicò una sedia, prima di lasciarli soli, chiudendo piano la porta.

Matteo sospirò e trascinò la sedia accanto al letto. Gli occhi di suo nonno non perdevano un istante le sue mosse. Sedette. Lo sgabello aveva una gamba più piccola delle altre e traballava ogni volta che lui cercava di mettersi comodo. Le voci del refettorio arrivavano sino a lì. Le grida, l'allegria.
In quella stanza si soffocava.

Matteo si tolse il giubbotto e rabbrividì. Gli occhi di suo nonno continuavano a seguirlo, i polmoni risucchiavano ogni particella di ossigeno, la pompavano nel sangue, la risputavano fuori trasformata in anidride carbonica e scorie di vita consumata. Occhi, polmoni e ossa. Matteo cercava di tenersi in equilibrio su quella sedia claudicante e ferita che accresceva il suo disagio, ed era come se fosse in piedi, sotto l'esame rigido del vecchio che sembrava cercare da lui una risposta. Perché sei venuto, chiedevano quegli occhi, bisbigliavano i polmoni. Perché sei qui, adesso che non posso darti più nulla?

Matteo deglutì e serrò i pugni. Erano dieci giorni che pensava a quel momento. Al giorno in cui si sarebbero trovati soli, di nuovo. Soli, davvero. Erano dieci giorni che ogni suo pensiero ruotava attorno a un solo desiderio. Un gesto da compiere, un regalo da fare. L'ultimo. Il solo che potesse davvero ripagare quell'uomo dell'amore, delle risate. Ma adesso si trovava paralizzato dalla presa di quegli occhi. E quasi non respirava.

Non voleva vedere tutto quello. Avrebbe voluto alzarsi e fare quanto doveva. Ma i muscoli erano inerti. Si sentiva responsabile di ogni rantolo, di ogni secondo di quella vita sofferta. Di ogni parola scortese, abbraccio negato, presa in giro. Lui era ancora lì a fissarlo, a ricordargli i giorni dimenticati, le risate, i piccoli regali, le strette forti e robuste delle braccia e le parole, tante. Tutte ingoiate con stupore e meraviglia, poi con noia, poi prese e ficcate in un angolo buio del cervello, a marcire assieme all'amore.

La mano di suo nonno si mosse, sgusciò dalle lenzuola e tentennò vicino alla mascherina, prima di strapparsela dal viso e poi ricadere, esausta, sul letto. Dalla bocca priva di denti di suo nonno sgusciò un sibilo. Una parola troppo fioca perché fosse in grado di decifrarla.

Il torace si alzava e abbassava, come se tendesse mani invisibili alla ricerca di aria. Ogni respiro era più lungo del precedente, e non c'era nulla che riempisse i polmoni.
E mentre Matteo, in bilico sulla sedia, contemplava quel corpo che gli avvizziva davanti, incapace di intervenire, non vista un'ombra montava sulla testiera del letto e si allungava, e riempiva la parete mentre le voci e le grida e le risate schiantavano le pareti, felici e indifferenti.

Finalmente Matteo si alzò, scosso dai tremori. La sedia si rovesciò sul pavimento. Indifferente, la morte si schiacciava contro il corpo di suo nonno. Matteo aveva gli occhi offuscati dalle lacrime, dalla paura, ma la porta della stanza era troppo lontana e lui si sentiva troppo stanco.

Con gesti lenti e sofferti si stese sul letto, facendosi spazio accanto al cadavere di suo nonno, stringendosi contro il suo fianco. L'ombra gli sfiorò la guancia. Sentì la pelle bruciare dal freddo ma non si mosse. Non era più importante quel dolore.
«Buon natale, nonno» mormorò, un attimo prima che l'ombra lo soffocasse.


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1 commento:

  1. Cara Federica, passo ora per gli auguri e tornerò per assaporare con la giusta calma il racconto *_*
    Ti auguro di trascorrere un Felice Natale pieno di serenità con la tua famiglia ^^

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