5 dicembre 2016

3% - Una breve recensione

[Attenzione: potrebbe contenere spoiler]



Negli ultimi giorni, per sfuggire a quell'assurdo incontro di MMA che era diventata la campagna elettorale per il referendum, mi sono rifugiata tra le braccia accoglienti di Netflix come un Max Renn qualunque.


Ed è lì che, scrollando tra titoli e locandine, ho scoperto 3% Serie fantascientifica e distopica (con qualche "ma" di scorta) dal titolo bruttino.

L'idea di partenza è molto semplice e, se vogliamo, abbastanza sfruttata: il mondo di 3% è un mondo nel quale vige una profonda diseguaglianza sociale ed economica. I molto ricchi (detentori della maggioranza delle risorse, pur rappresentando la minoranza della popolazione) e i molto poveri vivono separati da una vasta distesa d'acqua, e l'unico modo che uno del ghetto ha per passare dall'altra parte è superare le dure selezioni del Processo



Una volta l'anno, quindi, i ragazzi che abbiano raggiunto la maggiore età possono registrarsi al Processo e tentare la sorte, consapevoli del fatto che solo il 3% di loro riuscirà a salire sul batiscafo diretto all'Offshore, il mondo dei migliori.
Tuttavia c'è anche chi si oppone al Processo: si tratta della Causa, un'organizzazione clandestina e para terroristica che ogni anno tenta di infiltrarsi tra i candidati, con lo scopo di superare la barriera e approdare all'Offshore per cambiare lo status quo dall'interno.

Gli otto episodi che compongono la prima stagione della serie, ideata da Pedro Aguilera, si concentrano proprio sul Processo e le sue fasi, a volte traumatizzanti e brutali, introducendo di volta in volta il passato di uno dei protagonisti principali: cinque ragazzi del ghetto ed Ezekiel, il leader del Processo, colui al quale è affidata la supervisione delle gare. 

Se vi è venuto in mente Hunger Games non so che dirvi, perché non l'ho mai letto né visto, ma immagino si possa percepire una certa somiglianza. 

L'elemento di interesse di 3% è sicuramente dato dalla sua base culturale: produzione, regia e attori sono brasiliani e nonostante la serie sia disponibile anche in inglese, doppiata in italiano, vi consiglio di tenere l'audio originale. Più volte la regia si sposta nel territorio dei poveri, tra quelle favelas dove la sopravvivenza non è mai certa e spesso la si conserva a costo della vita altrui. 

Tuttavia in 3% non tutto va per il meglio: i colpi di scena (la rivelazione finale di Ezekiel, per dirne una), blandi e facilmente prevedibili; i protagonisti che, salvo Rafael e Joana, non suscitano molta empatia con lo spettatore e la regia, che spesso e volentieri si porta in modalità telecamerina, con riprese traballanti da found footage


Ma quello che manca di più in 3% è la claustrofobia. Mai, se non nel capitolo 5, il migliore episodio della stagione per violenza e carica emotiva, si avverte quel senso di oppressione propria delle distopie. Il mondo delle favelas sembra solo una discarica abbandonata dove ogni tanto, e senza grandi traumi, si palesano forze armate per sedare tentativi (anche questi blandi) di contestare il sistema. 
Persino nel casermone superblindato dove avvengono le selezioni non si percepisce mai la chiusura, la consapevolezza di trovarsi in un sistema chiuso dal quale l'unico modo per uscire è spaccandosi, letteralmente, il cranio. 
Sembra quasi che tutti, anche coloro che dichiarano di lottare contro lo stato delle cose, abbiano in realtà accettato quel mondo che si regge su una bilancia taroccata che sta in equilibrio. 
Alla Causa fa comodo la disparità perché, sensazione mia, ciò che cercano è un modo per ottenere un potere pari se non superiore a quello dei leader. Mentre chi non aderisce alla Causa ha sposato una religiosità incentrata sul merito, che vede nell'Offshore il Paradiso terrestre e nei suoi abitanti delle creature mitiche, semidivine. 
C'è un'apatia di fondo in tutta la serie difficile da scrollarsi di dosso, un'accettazione della disparità che pochi osteggiano e coloro che la combattono non sono mossi da motivazioni politiche ma squisitamente personali.

Eppure, al netto delle cose che non vanno, 3% si chiude con una domanda interessante. Un interrogativo sul quale lo spettatore è chiamato a riflettere, mentre attende l'upload della seconda stagione:
per quanto il mondo sia ingiusto, quanto giusta può essere una causa che, per ottenere i suoi scopi, inganna i suoi agenti, distorce e manipola la realtà incoraggiando l'omicidio di innocenti?



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