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Black Mirror e la sua terza stagione - Seconda parte


[Seconda parte dedicata a Black Mirror, S3. Qui è dove approfondiamo meglio cosa rende Stagione 3 tanto, ma davvero tanto, diversa da S1 e S2. Non contiene olio di palma ma forse qualche spoiler.]


Se avete seguito il mio consiglio, e avete passato la serata a vedere le stagioni "primitive" di Black Mirror, in questo momento starete davanti al pc con un po' d'ansia a toccare pulsanti e loggarvi da qualche parte. Non preoccupatevi: tra qualche settimana passerà.
Se non lo avete fatto, naturalmente, siete delle cattive persone.

Ma torniamo al nocciolo della questione.


Questo fregarsene della sensibilità dello spettatore, un aspetto molto british del Black Mirror originale, è quanto manca alla stagione tre. Almeno per quanto riguarda i quattro episodi visti finora. 

È lo spostamento da una produzione inglese a quella americana? Probabile. 
La sensazione percepita è quella che in ogni filmato abbiano sentito il bisogno di dire allo spettatore: “eh, è un mondo di merda, ma poi le cose si risolvono. Non pensarci”. 



Così accade nel primo episodio, Nosedive, che porta una molto brava Bryce Dallas Howards sin sulla soglia dell'annullamento, ma poi non ha il coraggio di spingerla di sotto e allora le offre un finale alla “vivranno tutti felici e perdenti”. 
O come nel secondo, Playtest, un horror che richiama eXistenZ del buon Cronemberg, nel quale l'ottima resa grafica e alcuni jump scares ben piazzati non bastano a far funzionare una storia debole, con un protagonista col quale è impossibile entrare in sintonia e un finale telefonatissimo e un pelo incongruente.
Anche Shut up and dance ha, a modo suo, un lieto fine ma in questo caso il problema maggiore è un altro. Si tratta di un lungo thriller che ha di buono solo il ribaltamento finale e che ha come grosso difetto il fatto di non essere ambientato nel mondo di Black Mirror. Il tema centrale dell'episodio, “conosci davvero le persone a cui vuoi bene?”, è estraneo alla serie e tutto, anche la condanna finale, potrebbe fare benissimo a meno della rete che viene sì presentata come una trappola ma, anche, come un mezzo per fare “giustizia”.
Altro lieto fine per San Junipero, l'ultimo episodio visto al momento, una favola toccante sull'amore e sulla nostalgia. È un bell'episodio, senza dubbio. Ma, di nuovo, antitetico rispetto al vecchio Black Mirror. Qui l'aspetto tecnologico è uno strumento buono, positivo (sebbene la scena finale porta a porsi qualche domanda di livello ontologico) grazie al quale sperimentare una vita che non si è mai riusciti a vivere appieno.
Bello, no?
Consolante.



Ma così tutto quello che Black Mirror era - un mondo angosciante e crudele, popolato da uomini e donne insensibili e vendicativi - si trasforma in una favola dalle tinte solo vagamente oscure, un prodotto di consumo che non ci scalfisce più di tanto. 
E al termine della visione, il nostro doppio digitale, quel doppelganger di codici e hasthag e pixel che era al centro delle precedenti stagioni, tornerà online o riaccenderà la tv sull'ennesimo reality show senza sentirsi, neppure per un momento, responsabile di qualcosa. 
E ricomincerà a postare le proprie cazzate, che siano meme idioti con la faccia di uno sconosciuto, video divertenti di imbecilli pescati in rete, bufale razziste o pseudoscientifiche, con leggerezza, solo per essere visto, cliccato, condiviso, commentato.

Popolare.

Vivo.

E indifferente alla vita altrui.


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