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Black Mirror e la sua terza stagione - Prima parte

[Nota. Ho deciso di spacchettare le mie impressioni sulla terza stagione di Black Mirror in due parti solo per motivi di becera lunghezza. Che poi il computer vi va in crash e finisce che mi ritrovo a cercare l'Orso bianco inseguita da una cricca di smartphone-dipendenti. Ho cercato di evitare il più possibile il pericolo spoiler. Però, ecco, leggete con prudenza.]


Serie tv tra le migliori del decennio, Black Mirror è una di quelle cose nelle quali inciampi per caso e dalle quali non riesci più a liberarti.

La serie, britannica fino al midollo (le prime due stagioni sono prodotte dalla Endemol e sceneggiate da Charlie Brooker), esplora e mostra una realtà che solo in superficie possiamo considerare fantascientifica. Lo schermo nero e incrinato sul quale ci viene chiesto di affacciarci è quello dei nostri pc, tv e cellulari di ultima generazione: strumenti che, come lo scudo di Perseo, usiamo per difenderci e, al tempo stesso, per ferire (a volte inconsapevolmente, più spesso con sussiego) gli altri. 




Dietro uno schermo, in una chat di gruppo, su Facebook tutti crediamo di essere invulnerabili. Ma basta poco perché questo specchio ci inghiotta, portandoci improvvisamente a essere al centro delle attenzioni, delle accuse e delle aggressioni di perfetti sconosciuti.

Ora, se non avete idea di cosa sto parlando vi siete persi qualcosa, ma tranquilli: anche se non avete Netflix, su YouTube potrete appagare la vostra curiosità almeno per quanto riguarda le prime due stagioni, che si compongono ciascuna di tre episodi autoconclusivi, collegati tra loro solo per alcuni piccoli dettagli che permettono di dare una forma al mondo di Black Mirror. Mondo che Netflix ha fagocitato e scomposto per sputare in rete una terza stagione che, duole dirlo, con le precedenti ha pochissimo da spartire.
Al momento sono al quarto episodio (la tre consta di sei episodi in totale) e, anche se non ho terminato la serie, già il solo fatto che non sia così curiosa di vedere gli ultimi due dovrebbe suonare molto, molto male.

Ma procediamo con ordine.

Ciò che rende le prime due stagioni di Black Mirror così potenti è l'assoluta indelicatezza delle storie. Nessuno degli episodi viene girato pensando allo spettatore: non gliene frega niente di farti male, di lasciarti stordito, provato e spaventato al termine di ciascuna visione.
Non c'è assoluzione, non c'è lieto fine, non esiste redenzione.

Ciò che accade nel mondo di Black Mirror è brutale, e si tratta di una violenza che non lascia ferite nel corpo ma nella testa. Ferite profonde che i personaggi tendono ad allargare, che nessuno ha interesse a far cicatrizzare.
In Black Mirror la psiche viene calpestata e derisa e non c'è via di scampo perché uscire da quel mondo (venirne bannati) equivale a morire.


E tu, spettatore che te ne stai sdraiato sul divano a sgranocchiare noccioline, ti senti parte di quell'universo perché ti rendi conto che quella che, all'apparenza, è solo l'ennesima distopia futuristica in realtà è la descrizione precisa e sputata di un mondo, quello digitale, nel quale tutti, prima o poi, siamo chiamati a interpretare il ruolo di vittime o di carnefici.

Provate a vedere White bear, o White Christmas o The Waldo Moment. Sentite la folla incarognita che deride e insulta ed è prossima al linciaggio dello sciagurato che non ha la stessa opinione della maggioranza; partecipate all'aggressione di massa (solo verbale, certo, ma non per questo meno feroce) contro una donna accusata di essere una criminale; costringete un uomo a vivere il resto della propria vita in un mondo di fantasmi rossi che non lo vedono, che non lo sentono, che lo ignoreranno per sempre.

Vedeteli.

E poi loggatevi sul social che usate con maggiore frequenza. Scorrete la timeline. Rileggete i vostri vecchi status. Le vecchie chat.
Accendete la tv.

È un mondo tanto differente?

[continua]

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