3 ottobre 2015

Le cose che mi avete insegnato - Festa dei nonni, 2015

Ieri è stata la festa dei nonni, una ricorrenza che in Italia ha una storia piuttosto recente. 
Ma non è della festa in sé che voglio parlare oggi, non sono una persona che ami particolarmente le "feste comandate", quelle che bisogna sorridere sempre, essere "carini e coccolosi", giocare d'ipocrisia e di false strette di mano.
Questa festa per me è un pretesto per parlare di nonni, dei miei nonni. 
Di quelli che ci sono ancora (i genitori di mia madre) e di quelli che non ci sono più (i genitori di mio padre).



Il 2015 è un anno che ricorderò per due motivi: la nascita di mio figlio e la morte di mio nonno paterno. Lui è quello ritratto nella fotografia, accanto a mia nonna, morta ormai da cinque anni. 
A entrambi devo qualcosa e quello che mi hanno insegnato sopperisce, anche se non colma del tutto, alla loro assenza.

Mia nonna paterna era una contadina.Una donna di terra e radici. Le piaceva la sua indipendenza e il lavoro che dava frutti. Non credo che si sarebbe mai sposata se non fosse stata costretta dalle ristrettezze delle convenzioni di allora. Ed è strano ed egoista, credo, dover dire grazie a quel passato di donne che dovevano sposarsi e far figli per essere considerate rispettabili, senza il quale io adesso non sarei qui. 
Se dovessi associarla a un personaggio letterario, mia nonna sarebbe senza dubbio Scarlett O'Hara: stesso carattere, stessa determinazione, testa dura e refrattarietà ai cambiamenti. Non credo sia un caso che Via col vento fosse il suo film preferito.

A mia nonna devo i gomitoli di lana e i cappelli sghembi che indosso in inverno e i ferri da calza. E devo anche il caratteraccio, temo. 
Ogni pomeriggio si metteva alla finestra e sferruzzava: dritto, rovescio... Confezionava dozzine e dozzine di calzini di lana. Lana riciclata, perché la guerra le aveva insegnato che lo spreco era peccato. E allora, se la lana finiva, si passava a sfilare maglioni vecchi e usurati, perché la loro lana tornasse ad essere utile.
Non mi ha mai insegnato a fare a maglia. Non che non ci avesse provato. Ma era talmente veloce e poco paziente che, immancabilmente, finivamo con lei che mi invitava a fare altro, e magari quell'altro era leggerle un vecchio libro di fiabe africane, mentre i calzini di lana si ammonticchiavano sul bracciolo della poltrona.
Ma quello sferruzzare mi era rimasto in testa. La curiosità di capire come si facesse; riuscire ad avviare le maglie e fare, magari, una sciarpa è stato il suo regalo. E adesso, ogni volta che prendo un ferro da calza e mi metto a lavorare tra gomitoli e fili di lana, è come se lei fosse accanto a me. E me la immagino che osserva e scuote la testa, borbottando: "ma non è così che si fa".

Mio nonno era un uomo piccolo, magro. Somigliava, nel fisico e nello spirito, a Totò. Era il nonno dei giochi di prestigio e delle prime partite a poker. Quello che mi ha svelato la meraviglia dei film di Chaplin e dei corti di Hardy e Laurel.
Diametralmente opposto a mia nonna, aveva passato gran parte della giovinezza tra balere e incontri di pugilato e pomeriggi al cinema. Era un uomo mondano, mio nonno, ma anche lui aveva questo rapporto con la terra difficile da spiegare per chi non l'ha mai conosciuto. 
Generoso, tanto. Con uomini e animali. Ma testardo anche lui e, a volte, troppo impulsivo. Cocciuto come un sasso, si sarebbe fatto ammazzare piuttosto che ammettere di avere sbagliato. 

A mio nonno devo l'amore per la storia. Perché lui fu una di quelle pedine che nei libri diventano numeri e concorrono a formare elenchi di soldati vivi e morti, di prigionieri e deportati. Da Patrasso ad Hannover, mi raccontava spesso della guerra combattuta per motivi che continuavano a sfuggirgli. Dei greci e dei tedeschi, della tradotta militare che precedeva il convoglio in cui lui si trovava e che i partigiani albanesi avevano fatto saltare, e di come seppero dell'armistizio, con un calcio in bocca e un biglietto di sola andata per la Germania. Delle botte nel campo di prigionia e del lavoro coatto come IMI, e dei denti saltati per aver trafugato bucce di patata raccattate dall'asfalto. Finché non arrivarono a liberarli, e i kapò chissà che fine fecero. E lui tornò in Italia, con un numero non tatuato ma registrato perennemente nella memoria hundert neun neun hundert ein und zwanzig
Non mi ha raccontato tutto, lo so. E c'è questo non poter sapere nient'altro della sua vita a stropicciarmi il cuore. Ma poi ricordo ogni frammento di storia evocata e penso che questo è già molto. E penso che quello che non so, posso immaginarlo e scriverlo. Farlo diventare un mio personaggio. E farlo vivere, ancora, sul foglio.

Poi ci sono i miei nonni materni e loro, per fortuna, ieri ho potuto festeggiarli di persona. Ma se mio nonno è sempre stato un tipo piuttosto riservato e ancora devo capire cosa mi ha insegnato la sua vicinanza, posso dire i sicuro qual è stato il dono che mia nonna, la madre di mia madre, mi ha fatto.

Lei, a differenza dell'altra nonna, è sempre stata una donna fragile, emotivamente provata da una vita che le ha sempre sottratto ciò che più amava: orfana a dodici anni, in orfanotrofio fino a diciotto; poi separata dal fratello prediletto, sposa per necessità, perse il secondo figlio, a causa del morbillo, quando aveva da poco compiuto due anni. E la morte di mio zio segnò per lei la fine di tutto. 
Eppure, nonostante l'enorme dolore che cova dentro ancora oggi, un dolore che l'ha divorata ed erosa, anno dopo anno, e sono ormai passati cinquant'anni, lei è sempre stata una nonna presente, coinvolgente, amorevole.
Quel ciambellone e quel libro sui miti greci, sono queste le cose che la rappresentano, sono queste le cose che mi lascerà, che mi ha già lasciato, come pezzi di vetro che assemblano quello che sono, la mia forma interiore. La mia essenza.

La cucina, perché cucinare era una cosa che, finché ha potuto farlo, le permetteva di staccarsi dal dolore. 
Pochi dolci, semplici, ma squisiti. Un ciambellone alto e soffice; una crostata morbida e friabile. Una torta di mele, a patto che fossi io a tagliare la frutta. Tre, perfette, rappresentazioni di una donna semplice, gentile, timida e timorosa di tutti e di tutto. Ma anche una donna con una forte spiritualità. Una speranza che, ancora oggi, la consola e spaventa, la tenta e la sfiora.
Quando andavo a trovarla c'era sempre un libro da leggere. 
Un vecchio e bel libro sui miti greci è stata la mia prima scuola di lettura. E lei, a volte, rileggeva con me quelle storie, e me ne raccontava di altre, mescolando spesso i miti greci alle vite dei santi. La mitologia, una certa spiritualità, l'amore per il mito e il mistero e anche il fascino per ciò che non è tangibile, sono i suoi doni. Cesellano la mia anima e la formano, dandole sostanza.

A tutti loro devo queste righe e quelle che verranno; devo i racconti scritti e quelli da scrivere. Ai miei nonni devo i miei personaggi, le loro storie, i loro fallimenti e successi.

Ed è per questo che oggi il post, -un post chilometrico, abbiate pazienza-, lo dedico a loro.

Per dire a tutti e quattro, vivi e assenti, lontano da feste programmate e santini pubblicitari: GRAZIE per avermi resa quello che sono. 

Con amore

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2 commenti:

  1. La festa dei nonni <3
    Io ho bevuto un caffé a nome di tutti loro che mi guardano da lassù!
    So che può sembrare scemo, ma noi prendevamo sempre il caffé, quindi ha un valore grande per me. I nonni sono sempre i nonni <3

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  2. Come ha detto Ilenia, i nonni sono sempre i nonni... Io ne ho solo una in vita, e, è brutto dirlo, ma quella a cui tenevo di più mi ha lasciata ad aprile, lasciandomi un vuoto che non si è rimarginato. Bisognerebbe goderseli appieno fino a quando ci sono e capire quanto siano speciali i momenti passati con loro!

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