7 aprile 2013

Lo scrittore - racconto della settimana

Qualche giorno fa su Facebook Stefano Di marino rifletteva sul senso della vita di uno scrittore.
Questo racconto nasce (in parte) da quella riflessione.

Lo scrittore
di Federica Leonardi

Riprese la penna in mano.
Dopo così tanto tempo, sentire le dita avvinghiate al tubo di metallo -freddo, quasi gelido e duro, e scomodo- lo fece sorridere, ma non se ne accorse.
Aprì il taccuino su una pagina qualsiasi e lanciò la penna nella danza sulle righe; mignolo,anulare e medio a scorrere sul foglio come ladri aggrappati a un cavallo, pollice e indice avviluppati scomodamente al metallo.
Scrivere, la meccanica della scrittura, era una tortura: la mano costretta in una posizione innaturale a compiere innumerevoli volte lo stesso percorso, da sinistra verso destra, la pelle che struscia sul foglio, senza potersi fermare.
Per lui poi, che non scriveva da anni, la tortura era maggiore. Lui che usava la penna solo per scrivere la lista della spesa, che alla scrittura aveva sacrificato tre romanzi e una vita, che alle spalle di quei tre romanzi che avevano acquistato lo status di best-seller si era aggrappato, ricevendone fama, per un po', e soldi, per molto meno.

-Allora è vero che gli scrittori, se non sono poveri, poco ci manca-, aveva detto, quella mattina, quella giornalista. Stava seduta, sulla poltroncina all'angolo del salotto, il registratore appoggiato sul tavolino.
Lui, che in cucina attendeva che il caffè fosse pronto, non le aveva risposto.
Il concetto di povertà era, per lui, relativo: aveva una casa, un conto in banca con qualche risparmio, una pensione minima. Aveva settantotto anni: non pensava sarebbe arrivato a superare gli ottanta.
Non era il denaro a preoccuparlo... no, non il denaro, ma la solitudine. Solitudine in cui si era avviluppato quarant'anni prima, ma che ora lo avviliva; lo aveva sempre avvilito, per la verità, ma da qualche anno con maggiore pressione e fastidio.
Aveva versato il caffè nelle tazzine bianche del servizio buono, servizio mai usato, e lo aveva appoggiato sul tavolinetto accanto al registratore della sua ospite.
La giornalista aveva bevuto d'un fiato il suo, amaro. Lui aveva tuffato il cucchiaino un paio di volte nella tazzina.
La giornalista aveva capelli scuri e mossi che le scendevano sulle spalle, dava l'impressione di non avere un buon rapporto con le spazzole, e una frangetta che le copriva buona metà degli occhiali.
Si era presentata a casa sua dopo un breve colloquio telefonico.
-Leopoldo Scaccia?- aveva chiesto, senza presentarsi.
-Si, lei chi...-
-Non mi conosce, lavoro per il quotidiano locale. Può ricevermi per una intervista?-
-Cosa? Chi le ha dato il mio numero?- poi, più conciliante, che la speranza di rompere la monotonia del suo auto-esilio lo aveva come illuminato.
-Quando vuole venire?-
-Tra mezz'ora sono da lei, se mi detta l'indirizzo.-

Adesso sedevano, l'uno di fronte all'altra, nel silenzio irreale di quel monolocale spoglio, che lacrimava muffa dagli angoli del soffitto.
-Non ha libri, immaginavo ne vivesse circondato.-
-No, la maggior parte li prendo in prestito dalla biblioteca. Quelli che acquisto poi li dono.-
-Avevo una immagine un po' stereotipata dello scrittore in pensione.-
Lui aveva annuito, posando la tazzina sul piattino smaltato e si accorse solo allora di una piccola crepa che lo attraversava e della sbeccatura sul bordo della tazzina, fatte chissà come: forse non era davvero la prima volta che usava quel set.
-Perché non scrive più? Ce ne sono tanti, al giorno d'oggi, che la imitano. E che hanno successo, anche se effimero. Perché scrivono di niente, perché non hanno o non sanno dire nulla.-
-Nessuno vuole leggere cose che abbiano un significato... o forse, forse sono io che non sono più capace di farlo. Intendo dire scrivere cose che abbiano un significato. E scrivere per il puro piacere di farlo...-
-...è come masturbarsi: un'orgasmo piacevole, ma triste.- concluse lei.
Restarono in silenzio qualche altro minuto, poi la giornalista prese il suo registratore e lo rimise in borsa. Si alzò imitata da lui.
-Non aveva intenzione di scrivere un articolo su di me, vero?-
-Si, ma non lo pubblicherebbero. Però volevo conoscerla: lei era uno dei miei miti.-
-Può tornare a trovarmi, se vuole.-
-Lo farò, se lei troverà qualcosa su cui scrivere. Verrò a trovarla se potrò leggerla di nuovo.-

La penna gli torturava la mano, le dita tremavano, ma il foglio si riempiva di parole scure, di svolazzi d'inchiostro, di frasi.
E lo scrittore sorrideva.
Sorrideva del dolore e del piacere dello scrivere.
Scrivere per qualcuno che avesse voglia di leggerlo.

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