11 marzo 2013

Tommyknocker, le creature del buio. King, Stephen. NonRecensione

Questa e quelle che seguiranno (fino a Dracula, di Stoker) sono Non-Recensioni pubblicate su un mio precedente blog, ormai chiuso per incompatibilità. A volte capita....

una mano aliena si fa strada a fatica dal maglione extralarge...
Visto che pare che per il momento l'abbiamo sfangata (che gli alieni siano fermi all'autogrill del terzo anello di Saturno per un drink?) pubblico ora la prima recensione del blog.
Tanto per rimanere in tema, si parla di Stephen King e di alieni. Perché Le creature del buio è un romanzo che narra, in 773 pagine, la progressiva "alienazione" (non in senso marxiano, ma in senso marziano) di una popolazione di un migliaio di individui in una cittadina di campagnoli del Maine (USA), dal suggestivo nome di Haven.
Breve premessa, anzi facciamo due.
1-Sono consapevole che è un romanzo di venti anni fa, che la gente vuole recensioni sull'ultimo libro uscito negli ultimi tre giorni, che chissenefrega di quello che King ha scritto e S&K ha pubblicato nel 1993, ma non mi sembra ci sia scritto in nessuna legge in vigore che è vietato recensire opere pubblicate quando Garibaldi era ancora vivo e non ci aveva nemmeno un graffio a nessuna delle due gambe. Indipercui recensisco quel che mi pare, e soprattutto quello che ho letto nell'ultima settimana. Sia essa opera fresca di stampa che fondo di magazzino. Liberi di scegliere se restare a leggere o se andare in esplorazione googliana alla ricerca delle nuove frontiere del manga sconcio. 
2- Con King ho un rapporto di amore/odio alla Catullo. Non nel senso che mi tradiva ai trivi con uomini indubbiamente suini, ma che fino ai sedici anni lo idolatravo, prendendo in prestito dalla biblioteca comunale tutto il prestabile. Se avevo qualche lira in tasca la mia somma gioia era andare in libreria e comprare di soppiatto un romanzo di King. Il regalo che mi commosse di più nel lontano 1999 fu Cose Preziose, regalato da una amica di mia madre di cui poi ho perso le tracce (e mai saprò come fece a capire che l'autore (vivo) che più stimavo in quel periodo era proprio ilRe dell'horror). Questo fino ai sedici anni. Poi... poi King mi appallò*, non so perché. Forse ero diventata ormai assuefatta a una certa idea di horror, forse mi coinvolgevano di più i film di Carpenter o le opere di Bukowski... forse avevo solo capito. Capito che, in fondo, King adotta sempre lo stesso registro narrativo, lo stesso schema, e che era come leggere sempre la stessa storia, che parlava di altro, ma sempre la stessa storia.
Non so come descriverlo senza farvi un esempio. E per farlo devo andare in camera e prendere i retaggi del mio amore passato: Pet Sematary, Cose Preziose, Stagioni diverse, Incubi e deliri... 

1° Esempio: La voce interiore espresse qualche dubbio: E se lo fai incavolare, Howard? Che succede poi? Be'... che importa? Era nello scarico, no?
Si... ma sembra che stia crescendo.
D'altra parte, che alternative aveva? A questo interrogativo la vocina non seppe che cosa rispondere.
(Il dito, da Incubi&Deliri, p. 291)

2° Esempio: Non me ne starò seduto qui a credere a tutto questo, vero? Si domandò Louis, quasi conversando con se stesso: le tre birre lo aiutavano a domandarselo in quel tono, o ad averne l'impressione.
(Pet Sematary, p. 166)

3° Esempio: Ed eccolo là, in sella alla sua bicicletta, il ragazzo più sano che conoscesse! Lo abbiamo cresciuto bene, pensò e incominciò a prepararsi un sandwich, altroché se lo abbiamo cresciuto bene.
(L'allievo, p. 145)

4° Esempio: Uno scherzo, bisbigliò una voce nella sua mente e allora vide gli occhi del signor Gaunt, blu scuro, come il mare in una giornata limpida, e stranamente tranquillizzanti. Niente di più. Solo un piccolo scherzo.
(Cose preziose, p. 93)

Mi domandavo cosa mi avesse spinto a dimenticare King finché, leggendo questo romanzo, mi è tornato in mente. Ciò che mi ha spinto a passare da King ad altro è quello che definisco il "gioco delle voci". Nei romanzi di King, in tutti i romanzi di King che ho letto, c'è sempre la presenza della voce interiore, dell'Io cazzone che da consigli inutili, del Grillo parlante fracassaballe che spinge il protagonista a fare scelte. Solitamente stupide. Solitamente sbagliate.  
Tommyknocker è, per quanto riguarda questo aspetto, l'apoteosi della chiacchiera interiore.

La trama in breve. Roberta Anderson, scrittrice di romanzi western, da dieci anni scappata nella piccola e isolata cittadina di Haven per sfuggire a una sorella strega e pazza, un giorno inciampa nel bosco. Inciampa in quella che pensa sia una lattina di metallo, finché non si rende conto che si tratta di un qualcosa di molto più grande. Quel qualcosa è un'astronave, ma mentre il lettore ci arriva dopo un paio di pagine, a lei risulta chiaro molto tempo dopo, solo quando una notte si accorge che l'occhio sano di Peter, il suo vecchio cane, emette raggi di luce verde. Felice della scoperta, Bobbi inizia a scavare pazientemente attorno al becco dell'astronave, con l'intenzione di dissotterrarla. Pausa. Qui King abbandona Roberta e il cane per dedicarsi all'amico alcolizzato di lei/poeta senza soldi/antinuclearista tale Jim Gardener (Gard, per gli amici). Il lettore, quelle pagine dove si assiste al delirium tremens di Gard, fino all'amara decisione di gettarsi tra i flutti del mare, dopo essersi risvegliato dal sonno alcolico durato sette giorni non lo capisce; e capisce di meno l'incontro con il ragazzino che spara i petardi sulla spiaggia e che, per primo, gli parla dei Tommyknocker (e che, ovviamente, è orfano di una madre alcolizzata). Gard vorrebbe ammazzarsi, dunque, ma non prima di aver telefonato all'amica di sempre e saltuaria amante Bobbi, per dirle che non passerà per il tacchino quel Natale. E per farle venire i sensi di colpa quando scoprirà del suo suicidio. Solo che al telefono non risponde nessuno, e Gard, in uno sprazzo di lucidità, decide che è il caso di controllare di persona perché Bobbi -glielo dice il senso ragno- è in pericolo.
E infatti, quando riesce a raggiungere Haven, trova Bobbi quasi completamente anoressica e sfinita e il cane "scomparso". Ma tante novità attendono il nostro poeta cliché nella casa della scrittrice-speleologa. Tra queste: un generatore di energia che trasforma l'acqua calda in magma liquefacente fatto con delle pile a torcia.
Quando Bobbi, dopo aver divorato un montone, gli spiega che ha trovato un'astronave e, grazie a questa non solo ha acquisito le competenze tecniche di Nicola Tesla, ma che è anche in grado di leggere nel pensiero, invece di dirle :"Ok, vabbè, ciao. Ci vediamo." Gard decide di aiutarla a scavare, accettando senza complimenti quelle due o tre bottiglie di Scotch invecchiato che Bobbi gli passa gratis per farlo stare buono. Tre al giorno.
Scopriamo quindi che l'astronave ha in sé un potere, un potere che trasforma l'aria o che funziona con le onde magnetiche, che fa mutare la gente. In realtà non si capisce bene se sia l'aria o le radiazioni, perché risulta che chi ha protesi di metallo o placche di metallo in testa (pare che il Maine pulluli di tipi con il cranio sfondato) come Jim, siano immuni alla "mutazione" e quindi uno penserebbe a onde magnetiche. Però ci si dice che l'aria di Haven è cambiata, e per gli haveniani mutati è difficile uscire fuori dai confini di Haven senza morire.
Qui mi fermo.
Perché questa è (o vorrebbe essere) una recensione e non lo spoileraggio del romanzo.

Diciamo che Tommyknocker m'ha aiutata definitivamente a separarmi da King.
Che non me ne voglia, ma settecento e passa pagine di chiacchiere sono troppe, anche per un fan. Figuriamoci per una che fan lo era, e non ha trovato in questo romanzo alcun motivo per tornare a esserlo. Le ultime pagine sono state uno strazio, una lunga lettura affaticata, con il cervello che mi implorava di smettere ma io, caparbia, a dirgli "ma dai, diamogli una possibilità. vedrai che adesso c'è il colpo di scena e tutto avrà un senso..." e invece no.
La trama prosegue lenta, i passaggi da Roberta a Gard ai singoli abitanti di Haven distraggono, distaccano il lettore dalla trama, lo annoiano. Il dialogo con la vocina interiore è ammorbante, ma è soprattutto la prolissità, il raccontare cose che non c'entrano nulla con la trama, l'aver solo abbozzato quello che avrebbe dovuto essere il personaggio principale (Roberta) non crea la necessaria empatia. La conclusione risulta scontata e banale.
Il solito King, direbbe qualcuno.
Il solito King.

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