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L'invito - racconto di pasqua




Due bollette e una fattura del cellulare preso con l'abbonamento da pagare, l'estratto conto che piange lacrime di sangue. La sua posta mancava di originalità. Mina gettò la borsa e le buste mezzo aperte sul divano, calciò gli stivali in direzione del bagno e attese paziente che Saponetta, il suo coniglio nano, le girasse attorno ai piedi con la felicità di un amante affamato di amore. Quando Saponetta si accasciò a terra, esausto e soddisfatto, si diresse in cucina. Anche il suo frigorifero mancava di originalità. E di cose commestibili. Prese una birra e il piatto con il couscous avanzato dalla cena del giorno prima. Posò tutto sul tavolinetto del salotto, affianco alla copia de Il cavaliere e la morte di Sciascia. Tornò in cucina a prendere il cucchiaio, Fauna, la gatta, saltò giù da una delle sedie e le abbracciò un ginocchio. Mina lanciò un'occhiata alla ciotola di acqua e cibo, erano ok. 
Aveva fame, sonno e la nausea non la lasciava in pace. Berci su le sembrava il rimedio migliore, anche se sua madre non avrebbe approvato. Aveva dimenticato il cavatappi in cucina e con l'accendino non era brava a far saltare i tappi delle birre, si alzò bestemmiando sottovoce. Fauna la ignorò. Quando Mina tornò in soggiorno la gatta stava con il muso nel piatto di couscous. 
-Ti piace?- disse. Si sdraiò sul divano rassegnata a restare a digiuno mentre Fauna le si acciambellava sulla pancia. Fu allora che lo vide, prima non ci aveva fatto caso: sotto la porta dell'ingresso sporgeva un foglio bianco. Si alzò di malavoglia scacciando Fauna che la ringraziò con un ringhio. Era proprio una lettera. Un foglio di carta, piegato in quattro parti, su una facciata c'era scritto, a mano, "Per Mina".
La lettera conteneva un breve messaggio: "A mezzanotte, la porta del vescovado sarà aperta. Devi venire a vedere."
"Fottuto bastardo", pensò, appallottolando il foglio: chiunque le avesse scritto quel messaggio sapeva come incastrarla. Non poteva leggere una frase come "Devi venire a vedere" e poi starsene buona a casa a leggere e a bere birra. Non era in grado di resistere a inviti del genere. 
-Non penserai di andarci, vero?-
Si voltò di scatto: Polpetta la fissava con il suo lucido occhio nero. E stava fumando uno dei suoi sigari. 
Allucinazioni, di nuovo. Il bipolarismo si era accentuato dopo la morte di Ester, ma non voleva prendere medicine, non ancora. Quando lo psichiatra le aveva indicato la terapia da seguire e aveva letto i medicinali da assumere si era sentita male. Soprattutto perché ricordava lo stato di sua nonna in clinica, imbottita di farmaci: stato vegetativo. Parlava con lei ma era come se parlasse a uno stand di pastiglie. Aveva paura. Non c'è altro modo? Aveva chiesto. No. Le aveva risposto il medico.
-Hai paura?
Saponetta si era sgranocchiato metà del sigaro, e adesso indossava un monocolo sull'occhio nero.
-No, non ho paura. 
-Dovresti averne.- disse lui grattandosi un orecchio.

A pochi minuti dalla mezzanotte, di una notte di marzo con il freddo di dicembre, Terracina alta è un pianeta deserto dove anche i gatti scompaiono tra i sampietrini. "Che cazzo stai facendo?", il suo cervello non capisce. E neanche lei. "Che cazzo sto facendo?" 
Ha la Reflex rateizzata in mano, il cellulare, le chiavi di casa. Neanche la borsetta con la pietra s'è portata dietro. Il vento soffia sulla piazza del Municipio, si incanala tra le colonne della Cattedrale. Con la fotografia non lo catturi un paesaggio così stralunato. Se lo fotografi vedi una piazza deserta, ma non vedi l'angoscia che soffia e ti accarezza le guance e ti aggroviglia i capelli. Non li vedi i masticatori di sudario che sorgono dalle favisse, e passeggiano sul lastricato di marmo cercando di ricordarsi perché sono morti. Non le vedi le ombre lunghe...
Le ombre Mina le vede, e non è un'allucinazione. Un gruppo di persone si avvicina dal corso Garibaldi a piedi, le ci vuole un minuto per nascondersi sotto un arco. Non può fotografare niente con la Reflex che fa un baccano d'inferno, e quelle figure incappucciate le passano vicino. Sono dodici. Non riesce a vederne le facce, coperte da lunghi cappucci scuri che le fanno venire in mente il KKK. Tutti portano tra le mani un cero. 
Li segue con gli occhi mentre scivolano dentro il portale del vescovado. La porta viene accostata.
Devi venire a vedere.
"Solo qualche minuto", si dice, mentre i piedi la portano di fronte l'ingresso della curia e poi dentro. Percorre i pochi passi che distano dalla sala ristrutturata, dalle cui finestre provengono i bagliori rossastri dei ceri accesi. Quando fai la giornalista perché devi, perché la curiosità ti mangia le ossa e il cervello; quando fai la giornalista anche se lavori per un quotidiano di provincia, con uno stipendio inesistente e gli articoli firmati da altri, non puoi zittire quella parte di te che ti dice: vedi, documenta, scrivi. Anche se te la stai facendo sotto. La curiosità ti ucciderebbe in ogni caso. 
Si rattrappisce dietro un'ombra, inforca la Reflex e inizia a scattare.
Finché una mano non l'afferra per le spalle. E Mina manda a cagare quella dannata curiosità che rompe sempre i coglioni e che questa notte la farà linciare da una setta di pazzi.

-E' un antico rito cristiano che si celebra nella settimana santa. Sono molto gelosi di questa tradizione, ma hanno accettato di farsi riprendere purché nessuno faccia domande. Pensavo che non sarei riuscito a venire in tempo per documentarlo e ho pensato a te.
Francesco si massaggia lo zigomo, livido dove l'ha colpito la Reflex di Mina.
-Solitamente si usa telefonare o mandare messaggi.
-Si, ma il mio cellulare è rimasto a casa di Porzia. E tu ai numeri che non conosci non rispondi mai. E poi mi è sembrato divertente lasciarti un messaggio anonimo come nei film gialli.
-Infatti stavo morendo dal ridere poco fa, grazie. Mi ricorderò di te la prossima volta che partecipo a una messa nera.
-Ti va una birra?
-E qualcosa di solido da accompagnarci, si. Per l'articolo come facciamo?
-Tu firmi le foto, io il pezzo.
-Mi sembra equo.
La città alta dorme, avvolta dal silenzio. Le ombre mettono in scena riti dimenticati. Da qualche parte, un gatto miagola la sua versione dei fatti. 



Buona Pasqua! Federica.

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